02/12/2015, 00.00
INDIA
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Vescovo di Jaipur: Il governo non abbandoni gli indiani che lavorano all’estero

Mons. Oswald Lewis è il presidente dell’Ufficio per il lavoro della Conferenza episcopale indiana. L’Ufficio collabora anche con la Commissione Giustizia e pace per “assicurare protezione a tutti i lavoratori indiani”. Dopo aver concesso il passaporto e aver accertato la correttezza delle procedure contrattuali, il governo “deve continuare a sorvegliare i migranti”. Si devono raccogliere informazioni sul datore di lavoro e sulla destinazione del lavoratore.

New Delhi (AsiaNews) – Il governo indiano ha richiesto alle autorità dell’Arabia saudita di fare giustizia nei casi di sfruttamento dei lavoratori migranti. L’iniziativa è stata confermata questa mattina da Sushma Swaraj, ministro degli Esteri indiano, che ha riferito in Parlamento sul recente incontro tra il premier Modi e il re Salman Al Saud, al quale il primo ministro indiano ha chiesto di accertare le responsabilità sul caso della donna indiana a cui il datore di lavoro saudita ha tagliato la mano destra. Mons. Oswald Lewis, vescovo di Jaipur e presidente dell’Ufficio per il lavoro della Conferenza episcopale indiana (Cbci), riferisce ad AsiaNews che la maggior parte di coloro che “emigrano all’estero in cerca di lavoro sono persone istruite e qualificate. Ma esistono anche sacche di povertà estrema, vulnerabili a forme di sfruttamento e sopraffazione da parte dei datori. La Chiesa cattolica chiede al governo di continuare a prendersi cura di loro anche dopo l’ingresso nel Paese estero”.

La vicenda di Kasturi Munirathinam ha scosso l’opinione pubblica indiana quando è stato rivelato che il suo padrone in Arabia Saudita le aveva mozzato la mano perché la donna aveva cercato di fuggire per sottrarsi alle continue molestie cui era sottoposta. Mons. Lewis riferisce che la famiglia della migrante ha sporto denuncia contro il datore di lavoro “e ha chiesto al governo indiano di occuparsi del caso. Anche la Chiesa cattolica ha chiesto al governo di intervenire. Hanno promesso di fare tutto il possibile per aiutare la donna”.

Il vescovo sostiene che “la maggioranza di quelli che si recano nei Paesi esteri in cerca di impiego, anche negli Stati del Golfo, sono lavoratori specializzati, impiegati con contratti regolari. Ci sono molti medici, infermieri, ingegneri o operatori sanitari. Queste persone vivono bene e non hanno problemi. Ma a volte emergono casi di sfruttamento tra la diaspora indiana appartenente a famiglie povere, o emarginati e senza istruzione, in cui i migranti diventano vittime di molestie e violenze domestiche. Alcuni sono malmenati, truffati con promesse di lavoro remunerativo. Ad altri viene impedito di fare ritorno in India, dato che vengono requisiti i passaporti”.

Il problema, continua, “è che il governo non presta loro attenzione”. Nel momento in cui fanno il loro ingresso nei Paesi stranieri, spiega mons. Lewis, “il governo non continua a sorvegliare cosa fanno. Dovrebbe controllare il luogo di destinazione, quello di origine del lavoratore, accertarsi sulla reputazione del datore. Dopo aver concesso il passaporto e aver accertato la correttezza delle procedure contrattuali, smette di controllare i migranti all’estero”. Per questo “chiediamo al governo di prendersi cura di tutte le persone che lasciano l’India”.

Il prelato dichiara inoltre che l’Ufficio per il lavoro della Cbci si articola in diversi dipartimenti, come quello per i migranti o i lavoratori domestici, che collaborano con la Commissione Giustizia e pace per assicurare protezione a tutti i lavoratori indiani. Gli uffici presentano relazioni e petizioni al governo, come nel caso di Kasturi, e operano “per tutelare le condizioni di vita all’estero e in patria dei cittadini indiani”.

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