Cattolici mongoli: la gioia e l’orgoglio per il loro primo sacerdote
di Giorgio Marengo

La comunità cattolica del Paese è la più giovane del mondo. Il prossimo 28 agosto festeggerà l’ordinazione del diacono Joseph Enkhee-Baatar: “Uno dei nostri ce l’ha proprio fatta! E se ce l’ha fatta lui, altri seguiranno il suo esempio. Siamo sicuri che ce ne saranno tanti dopo di lui”. La soddisfazione di avere un ministro cattolico nativo del Paese: “Saprà collegare la fede con le nostre tradizioni”.


UlaanBaatar (AsiaNews) – Il prossimo 28 agosto, nella cattedrale dedicata ai santi Pietro e Paolo, la comunità cattolica della Mongolia festeggerà l’ordinazione del suo primo sacerdote. Joseph Enkhee-Baatar è stato ordinato diacono nel dicembre 2014 da mons. Lazzaro You Heung-sik, vescovo di Daejeon. Il suo sacerdozio sarà invece celebrato dal Prefetto apostolico della Mongolia, mons. Padilla. Di seguito riportiamo un articolo scritto per AsiaNews da p. Giorgio Marengo, missionario della Consolata presente nel Paese dal 2003, che racconta come la notizia sia accolta dalla sua comunità di fedeli.

La piccola comunità cattolica di Arvaiheer (appena 21 persone) ha accolto con gioia la notizia che il 28 agosto prossimo Enkhee-Joseph sarà ordinato sacerdote, il primo della Mongolia “esterna”. Nell’area mongola interna alla Cina infatti c’erano già stati alcuni – pochi – sacerdoti nel secolo scorso, ma per la Mongolia indipendente Enkhee sarà proprio il primo.

Seduti intorno al tavolo, sorseggiando il suutei-tsai (tè salato con latte) domenicale nel dopo-messa, i parrocchiani commentano ad alta voce la notizia. E sono ovviamente commenti di grande soddisfazione per questo evento: “Enkhee – dicono alcuni – dimostra di essere una persona molto paziente e disciplinata, se è riuscito a prepararsi così a lungo e in un Paese straniero”. Infatti gli anni del seminario Enkhee li ha spesi a Daejeon, in Corea del Sud, ospitato proprio da quella diocesi.

I fedeli sanno che i requisiti per diventare sacerdoti sono esigenti, soprattutto in termini di autodisciplina; sembra quasi che ci sia una sorta di incredulità: “Uno dei nostri ce l’ha proprio fatta! E se ce l’ha fatta lui, altri seguiranno il suo esempio. Siamo sicuri che ce ne saranno tanti dopo di lui”. In realtà nessuno di loro lo conosce personalmente; quando sono stati battezzati lui era già in Corea a studiare, ma naturalmente lo hanno accompagnato da lontano, con tanto affetto e tanta preghiera.

“Il fatto che questo nuovo sacerdote sia mongolo – dice un fedele – significa molto per noi: parlerà la nostra lingua come un nostro figlio e fratello; soprattutto saprà collegare la fede con le nostre tradizioni”. Questa aspettativa emerge come davvero prioritaria; ed è più che legittima. Per una religione ancora vista come “straniera”, infatti, poter contare su un ministro di culto locale vuol dire molto; sia per quanto riguarda le relazioni con le autorità civili, che fino ad ora hanno sempre dovuto interagire con stranieri (noi missionari), sia – ancora più in profondità – per quello che Enkhee saprà armonizzare tra il vissuto tradizionale mongolo e la fede cattolica. “Ci aspettiamo che un prete mongolo sappia render ragione della nostra fede a chi lo interroga e sia capace di aiutarci nel nostro cammino di interiorizzazione della stessa fede”.

Gli occhi sono attraversati da un guizzo di soddisfazione e di gioia. Orgoglio mongolo. Poi una signora continua: “Collegare la nostra fede con quanto abbiamo ricevuto dai nostri avi e che ci contraddistingue come mongoli”. Questo è il desiderio più profondo che avvertono i membri della comunità di Arvaiheer; e contano molto su Enkhee per questo.

Poi la conversazione si sposta su un’intervista televisiva in cui una donna cristiana ha saputo rispondere con intelligenza alle provocazioni del giornalista, facendo vedere come la sua fede non era in contraddizione con i valori più profondi che aveva ricevuto. Per un momento allora i fedeli riuniti si dimenticano di Enkhee e mi chiedono di aiutarli a capire come comportarsi quando come cattolici partecipano a eventi familiari o sociali in cui gli altri seguono la tradizione buddista (quella prevalente nel Paese).

Ognuno racconta la sua esperienza, io li ascolto e cerco di offrire qualche spunto. In fondo, il nostro ruolo come missionari è questo: esserci per favorire l’incontro con Cristo. Poi saranno loro a rileggere la propria identità culturale alla luce della fede, sapendo trovare il proprio posto nella società. E in questo sarà di grande aiuto il primo sacerdote mongolo.

Sempre che riesca a mantenersi umile e attento, dopo il bagno di folla in cui sarà immerso ad agosto. E speriamo che anche i fedeli suoi concittadini lo sappiano aiutare non a sentirsi una star, ma davvero a diventare quel ministro di misericordia e di santità che li accompagni nell’inculturazione della loro fede. Con tanta preghiera e in semplicità di vita.

Intanto noi missionari e missionarie della Consolata continueremo ad esserci, a meno che un’ondata di nazionalismo estremo non ci costringa ad andarcene; sempre stranieri, pellegrini e ospiti, seme che cade in terra e che poi scompare, perché nasca la Chiesa.

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