A un anno dalla strage di Dhaka, ancora tanta la paura
di Sumon Corraya

Il primo luglio 2016 l’attacco terroristico all’Holey Artisan Bakery Cafè ha provocato 20 vittime. Il quartiere Gulshan è deserto, abbandonato da turisti e negozi. Diversi cattolici si sono trasferiti all’estero; alcuni missionari protestanti hanno lasciato il Paese. Il resoconto completo delle indagini sarà pubblicato “molto presto”.


Dhaka (AsiaNews) – A un anno esatto dalla strage all’Holey Artisan Bakery Cafè di Dhaka, nella quale sono morte 20 persone in maggioranza stranieri, la paura in Bangladesh è ancora grande. In seguito all’attacco nel bar del quartiere Gulshan, sede di varie ambasciate e rappresentanze diplomatiche, molti cattolici – compresi diversi missionari protestanti – hanno abbandonato il Paese. Uno di loro è un giovane che dice ad AsiaNews: “Non mi sentivo sicuro in Bangladesh a causa della mia fede cristiana, perciò mi sono trasferito negli Stati Uniti insieme alla mia famiglia”. Nel frattempo l’unità anti-terrorismo sta portando avanti le indagini sui terroristi e sui loro complici e a breve dovrebbe rilasciare il rapporto finale.

Il primo luglio 2016 cinque estremisti islamici hanno assaltato il locale al grido di “Allah akbar” (Allah è grande) e, sotto la minaccia delle armi, hanno preso in ostaggio decine di clienti che stavano cenando. Poi hanno chiesto loro di recitare versetti del Corano: chi conosceva il testo sacro per l’islam è stato rilasciato; gli altri ancora detenuti. Al termine di un lungo assedio durato tutta la notte, i terroristi hanno sparato agli “infedeli”. Il bilancio è stato pesante: uccisi in tutto 20 prigionieri, di cui nove italiani, sette giapponesi, un’indiana, un’americana di origine bengalese e due bangladeshi (tra cui Faraaz Ayaaz Hossain, studente musulmano che i terroristi avevano graziato perché conosceva il Corano, ma lui si è rifiutato di abbandonare il locale per non lasciare sole le amiche straniere).

I testimoni della strage hanno raccontato di aver vissuto la terribile violenza con un senso di sgomento. Da sempre considerato come moderato e dialogico, dalla sera del primo luglio è emerso che anche l’islam del Bangladesh ha assunto connotazioni fondamentaliste. Torun Gomes, un cristiano residente nell’area dell’attacco, racconta di aver “sentito il nome dell’Isis in televisione, in radio e sui giornali. Ma quando i terroristi hanno attaccato vicino casa mia, sono rimasto sorpreso. Ci siamo rattristati per la distruzione compiuta dai militanti e viviamo ancora nella paura”. Egli riferisce che molte persone che abitavano nella zona hanno lasciato il quartiere. Dapprima brulicante di negozi e persone, ora l’area si presenta deserta. Il silenzio assale i visitatori dato che molti ristoranti hanno chiuso l’attività. Anche gli stranieri, in precedenza residenti abituali, se ne sono andati.

Monirul Islam, capo dell’Unità di contrasto al terrorismo e al crimine transnazionale (Cctc), che coordina le indagini, riporta che sono state identificate 24 persone coinvolte nell’attacco a vario titolo, tra i pianificatori, i formatori e gli esecutori materiali. Di questi, 15 sono stati uccisi in vari blitz delle forze speciali, quattro sono in carcere e altri cinque ricercati. Tra i fiancheggiatori uccisi ci sono: Tamim Chowdhury, Nurul Islam Marjan, Major Zahidul Islam, Sarowar Jahan, Tanveer Quaderi, Md Abdullah alias Rony, Abu Rayhan alias Tareq e Faridul Islam Akash. Dei quattro incarcerati, tre hanno confessato in base alla sezione 164 del Codice di procedura criminale; essi sono: Jahangir Alam alias Rajeeb Gandhi, Raqibul Hassan alias Rigan e Mizanur Rahman alias Senior Mizan.

Il costo totale delle indagini e delle operazioni ammonta a 900mila taka (10.465 euro). Il 28 giugno Asaduzzaman Khan Kamal, ministro dell’Interno, ha detto che l’agenzia investigativa pubblicherà un “impeccabile” elenco dei dati sul caso dell’Holey Artisan. Di fronte ai giornalisti riuniti davanti all’ufficio del Segretariato, ha affermato: “Stiamo preparando un impeccabile elenco dei dati e lo sottoporremo presto all’attenzione del tribunale”.

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