Manama condanna 167 persone al carcere per le rivolte sciite del 2017

Il verdetto è di fine febbraio, ma la notizia è emersa solo in queste ore. Gli imputati dovranno scontare pene da un anno a un massimo di 10 anni di prigione. Colpevoli di “sequestro e torture di cittadini innocenti”. Gli arresti erano avvenuti durante una manifestazione di protesta contro l’estradizione dell’ayatollah Isa Qassim.  


Manama (AsiaNews/Agenzie) - Un tribunale del Bahrain ha condannato al carcere 167 persone arrestate nel 2017, durante una protesta promossa davanti alla casa di un leader sciita di primo piano. Il giudice ha emesso il verdetto a fine febbraio, ma la notizia è emersa solo in queste ore; gli imputati dovranno scontare pene che variano dai sei mesi a un massimo di 10 anni. 

All’epoca dei fatti, un gruppo di dimostranti si era radunato fuori dall’abitazione dell’ayatollah Isa Qassim per protestare contro l’ipotesi di una estradizione, in seguito alla revoca della cittadinanza decisa dai vertici di Manama. Nel contesto di un raid contro i sostenitori del leader sciita, le forze di sicurezza avevano ucciso cinque persone e compiuto centinaia di arresti. 

Secondo alcuni documenti di tribunale pubblicati dalla Reuters, il 27 febbraio scorso l’Alta corte penale ha emesso 56 sentenze a 10 anni di prigione. La maggioranza degli imputati dovrà scontare un anno di carcere. I giudici hanno prosciolto quattro persone da ogni accusa. 

Le carte non specificano le accuse, ma un portavoce governativo afferma in una nota che i condannati sono stati riconosciuti colpevoli di “sequestro e torture di cittadini innocenti e di attacco a funzionari di polizia”.

Due avvocati della difesa hanno già anticipato l’intenzione di ricorrere in appello. Gli imputati, che hanno già scontato sei mesi di custodia cautelare in carcere prima del processo e sono stati rilasciati dietro cauzione a fine 2017, non erano presenti in aula alla lettura della sentenza. 

Molti cittadini sciiti denunciano una campagna di persecuzione delle autorità, caratterizzata da licenziamenti da uffici governativi o pubblici e da un generalizzato trattamento come cittadini di seconda classe. In risposta, le autorità di Manama negano di voler colpire gli attivisti sciiti, sottolineando che i diritti individuali sono garantiti e “le origini etniche non vengono mai prese in considerazione in nessuna circostanza in Bahrain”.

Il Bahrain è una monarchia del Golfo retta da una dinastia sunnita in un Paese in cui la maggioranza della popolazione (almeno il 60-70%) è sciita e da tempo chiede cambiamenti costituzionali e diritti sociali ed economici. Nel 2011 sulla scia delle primavere arabe, vi sono state sommosse che il re - alleato di Washington e sostenuto da Riyadh - ha sconfitto con truppe inviate dall’Arabia Saudita.

Negli ultimi anni le autorità hanno arrestato e condannato attivisti e leader religiosi sciiti e sospeso le attività di Al-Wefaq, principale gruppo sciita di opposizione. L’accusa è di “terrorismo, estremismo e violenza” oltre che legami con una potenza straniera (leggi Iran). In questo contesto, a fine gennaio la Corte suprema - massimo organismo giudicante - ha confermato con sentenza definitiva la condanna all’ergastolo per il leader dell’opposizione sciita Sheikh Ali Salman

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