Attivisti israeliani: in 10 anni con Netanyahu costruiti 20mila nuovi insediamenti

È quanto emerge dal rapporto annuale pubblicato da Peace Now. Oggi in Cisgiordania e Gerusalemme est vivono circa 630mila coloni ebraici. Secondo il gruppo attivista il governo israeliano “sta scavando una fossa” al Paese. Nel 2017 l’esecutivo ha speso 1,650 miliardi per gli insediamenti. 


Gerusalemme (AsiaNews) - Negli ultimi 10 anni, sotto la guida del premier di destra Benjamin Netanyahu, Israele ha avviato la costruzione di circa 20mila nuovi insediamenti nei Territori occupati della Cisgiordania. È quanto emerge dal rapporto annuale pubblicato ieri dagli attivisti di Peace Now, Ong israeliana in prima linea contro l’occupazione, secondo cui le politiche espansioniste del governo hanno complicato di molto le possibilità di risolvere l’annoso conflitto israelo-palestinese. 

Ad oggi, circa 630mila coloni ebraici vivono nei territori di Cisgiordania e Gerusalemme est, a stretto contatto con almeno tre milioni di palestinesi. Il rapporto elaborato dagli attivisti israeliani non tiene conto degli insediamenti nella parte annessa di Gerusalemme est, il settore a maggioranza palestinese della città santa. 

In una nota diffusa a margine della pubblicazione, Peace Now sottolinea che “il governo israeliano sta scavando una fossa, all’interno della quale è destinato a cadere il Paese”. Il movimento attivista aggiunge: “Anche se il governo non crede a una pace possibile in un futuro prossimo, non vi è alcuna logica nella politica di espansione degli insediamenti e nel rendere così di fatto impossibile una soluzione”. 

Il documento, pubblicato mentre Netanyahu sta per inaugurare il quinto mandato alla guida del Paese e la Casa Bianca sta ultimando il suo “piano di pace” per la regione, parla di 19.346 nuovi insediamenti fra il 2009 e la fine del 2018. Solo lo scorso anno la media di nuove case e avamposti nei Territori occupati è cresciuta del 9%. Inoltre, il 70% delle nuove strutture sorge all’interno di “insediamenti isolati”. 

Durante la campagna elettorale in vista delle elezioni di aprile, il premier aveva promesso di avviare l’annessione degli insediamenti in Cisgiordania in caso di vittoria alle urne. Parole all’epoca definite “irresponsabili” dal rivale dell’opposizione Benny Gantz e che nemmeno il segretario di Stato Usa Mike Pompeo aveva voluto commentare, a dispetto del fortissimo legame fra Netanyahu e l’amministrazione Usa sotto la guida del presidente Donald Trump.

Gli insediamenti sono comunità abitate da civili e militari israeliani e costruite nei territori conquistati dopo la Guerra dei sei giorni del giugno del 1967, in Cisgiordania, a Gerusalemme Est, nelle Alture del Golan e nella Striscia di Gaza. Nel 1982 Israele si è ritirata dagli insediamenti nel Sinai dopo aver firmato l’accordo di pace con l’Egitto e nel 2005 l’ex premier Sharon ha ordinato lo smantellamento di 17 colonie nella Striscia di Gaza. Al momento le colonie - illegali secondo il diritto internazionale - si trovano a Gerusalemme Est, Cisgiordania e Alture del Golan. 

Hagit Ofran, portavoce di Peace Now, ricorda che la soluzione dei due Stati richiede il ricollocamento di almeno 150mila coloni. Un numero “insostenibile” a livello politico per il premier Netanyahu e il suo governo. Nel 2017 l’esecutivo ha speso 1,650 miliardi di nuovo shekel israeliano (ILS) , (poco più di 460 milioni di dollari), per gli insediamenti  aumentati rispetto ai 1,189 miliardi dell’anno precedente. Si tratta della somma più importante nell’ultimo decennio; a questo si aggiunge una crescita del 39% - sempre nel 2017 - nella spesa per strade, scuole ed edifici pubblici. 

E l’elezione di Trump, conclude l’attivista, sembra aver incoraggiato la politica espansionista di Israele: “Non si vergognano più, per quello che stanno facendo. Si sentono molto più liberi - spiega la donna - di fare quello che vogliono”. 

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