Mosul, milizie sciite: da liberatori dell’Isis a forza occupante

I gruppi si finanziano con il contrabbando di greggio, le estorsioni sulle attività imprenditoriali o percentuali sui finanziamenti. Un ingegnere parla del 15%, più del 10% richiesto dai jihadisti. Fra le “provocazioni” delle brigate filo-iraniane l’aver intitolato una scuola all’ayatollah Khomeini. 


Mosul (AsiaNews) - Dopo lo Stato islamico che per anni l’ha eretta a capitale del “califfato” versando sangue e macchiandosi di terribili violenze, ora su Mosul incombe un’altra minaccia: le milizie sciite filo-iraniane, un tempo artefici - con l’esercito regolare - della sconfitta militare dell’Isis e oggi percepite sempre più come una “forza occupante” in una realtà a larga maggioranza musulmana sunnita. Una delle conseguenze è la lunga fila di auto in coda per rifornirsi di benzina, paradosso di una nazione che è fra le principali produttrici di greggio al mondo, ma registra croniche mancanze di carburante. 

Muaamar Sameer Saadoon, ingegnere attivo nell’importazione di componenti elettroniche, ad al-Monitor riferisce che la liberazione da Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico] non ha dato grande sollievo e oggi si vive “una nuova occupazione”. I miliziani jihadisti chiedevano “una taglia del 10%. Adesso dobbiamo pagare il 14/15% alle milizie”. Non vi è alternativa al taglieggio, pena il blocco di beni e servizi che non riescono a superare i checkpoint. E questo spiega anche le lunghe code ai distributori: i camion cisterna carichi di carburante invece di restare in città ripartono alla volta dell’Iran o del Kurdistan iracheno, per essere rivenduti. 

Il monopolio dei rottami di metallo è in mano ai membri della Brigade 30, combattenti appartenenti alla minoranza sciita Shabak, fra le più pericolose dell’area. Essi sono un gruppo etnico che conta oltre 250mila membri, vissuti a lungo in relativa pace nella piana di Ninive e a Mosul. Dopo la liberazione, sono rimasti per aiutare la polizia e l’esercito a proteggere le aree sunnite. Ed è così che, da gruppo minoritario, si sono trasformati in un protagonista di primo piano (e potente). “Protestare non è possibile” afferma Saadoon, perché il rischio è di “essere rapiti” o, come successo al ristorante Abu Leila, nel settore occidentale, di essere vittima di un attentato dinamitardo per non aver pagato il pizzo. Dopo l’esplosione, il locale non ha più riaperto. Altra fonte di reddito i fondi inviati da Baghdad per la ricostruzione, che vanno a finire nelle tasche dei miliziani e bloccano la rinascita della città, che procede solo grazie a ong internazionali e ai finanziamenti esteri. “Ma tutti sanno - conclude - che anche loro devono pagare una percentuale in denaro”. Per molti sunniti, essi sono anche simbolo del potere iraniano in Iraq che non lesina “provocazioni”, tra cui intitolare all’ayatollah Ruhollah Khomeini una scuola come denuncia il politico Abdullah al-Nujaifi.

In passato personalità della Chiesa caldea a Mosul e nella piana di Ninive avevano avvertito circa la pericolosità delle milizie sciite nel nord, che rappresentano una “minaccia” anche per il futuro dei cristiani. Pure loro, infatti, sono finiti nel mirino degli Shabak, con violenze crescenti caratterizzate da attacchi a sfondo sessuale, furti, minacce. Quello costituito dalle milizie sciite è uno dei pericoli che incombono sulla lenta ripresa di Mosul, che fra difficoltà economiche e tensioni irrisolte cerca di rinascere a livello culturale, sociale e religioso. Prova ne è nel settembre scorso la riapertura dell’arcivescovado caldeo, festa di comunità per tutti i cristiani delle diverse confessioni.

In precedenza, la visita di papa Francesco a marzo era diventata per gli abitanti della città, non solo cristiani ma anche e soprattutto musulmani, una occasione speciale per “sanare le molte ferite” del passato. Qualche settimana più tardi si è tenuta una corsa ciclistica al femminile, evento impensabile fino a pochi anni fa quando i miliziani decapitavano ragazzi per il solo fatto di ascoltare musica occidentale. Alla manifestazione hanno partecipato decine di giovani fra i 15 e i 30 anni, di fede diversa e vestiti nei modi più vari, con e senza velo, per le vie della città vecchia. 

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