07/03/2021, 14.06
IRAQ - VATICANO
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Cristiani e musulmani irakeni: dopo l’Isis, il Papa sana le ferite di Mosul e Ninive

Don Paolo, parroco di Karamles, racconta l’emozione della croce di legno baciata da Francesco e costruita con pezzi della sua chiesa distrutta dai jihadisti. Il pontefice lascia “un profumo di festa che supera l’odore della morte”. Mosul Eye: lo SI voleva invadere Roma, oggi il suo vescovo ha pregato per la città.  

Mosul (AsiaNews) - “Quando il papa ha baciato la croce di legno, costruita con pezzi della mia chiesa di Karamles bruciata dall’Isis [Stato islamico], è stata una emozione intensa e un segno bellissimo. Perché considero questo bacio come un segno, un sigillo per Karamles che potrà rinascere dopo il buio e le violenze”. È quanto racconta ad AsiaNews don Paolo Thabit Mekko, responsabile della comunità cristiana a Karamles, nella piana di Ninive, sottolineando la commozione e la felicità di una intera città, di tutta la regione, di cristiani e musulmani per la visita di papa Francesco a Mosul e Qaraqosh. Questa mattina il pontefice ha visto con i propri occhi alcuni dei luoghi simbolo della follia jihadista. “Ora - aggiunge il sacerdote - farò in modo di riportare questa croce nella sua chiesa, per le celebrazioni della Settimana Santa”. 

Questa mattina papa Francesco ha visitato quella che è stata considerata a lungo la roccaforte del Califfato in Iraq. Da Mosul si è poi recato in visita a Qaraqosh, la più importante e popolosa cittadina cristiana della piana di Ninive, dove una folla di cristiani in festa lo ha accolto con grida di gioia, di canti e rincorrendo la sua automobile. “Abbiamo vissuto davvero una giornata di festa - riferisce don Paolo - nel contesto di un incontro molto bello e partecipato. Alla vigilia non sembrava possibile, ma siamo riusciti a rispettare tutto il programma”. 

Il momento più partecipato, aggiunte, è stata “la preghiera e il raccoglimento per le vittime della guerra”. A dispetto della pandemia di nuovo coronavirus, in molti hanno voluto vedere anche solo per qualche secondo il papa venuto da lontano. “Gli irakeni - scherza il parroco di Karamles - sono come un vaccino contro il virus. Oggi c’erano quasi 300 persone ad aspettarlo, ma se avessero lasciato un libero accesso si sarebbero radunate come minimo mezzo milione di persone”. 

“Il papa - conclude don Paolo - lascia un profumo di festa che supera e copre gli odori della distruzione, della lacerazione, della morte lasciati alle proprie spalle dall’Isis, sia a Mosul che nella piana di Ninive. La presenza del pontefice è un balsamo che è fonte di guarigione per tutti noi, cristiani e musulmani. Anche loro, con noi e come noi, hanno vissuto un momento di grande festa dicendo a più riprese ‘Siamo tutti fratelli’”. 

La visita del papa a Mosul ha commosso nel profondo anche un musulmano che, ai tempi dell’Isis, con il suo blog “Mosul Eye” aveva raccontato - rischiando in prima persona - tutte le violenze e le atrocità perpetrate dagli uomini di al-Baghdadi. “Oggi è una giornata che segna il cambiamento per Mosul - sottolinea ad AsiaNews il professor Omar Mohammed - con la speranza che per il futuro se facciamo una ricerca su internet la città non sia associata allo Stato islamico, ma ad un papa che prega. La forza dei segni, dei simboli: Daesh [acronimo arabo per lo SI] aveva minacciato di invadere Roma; oggi il Santo Padre è venuto da vescovo di Roma a pregare a Mosul. Una festa!”. 

“Anche per i musulmani - sottolinea lo studioso - è un momento storico. Il momento più significativo è quando il papa ha dichiarato di voler fare di Mosul una città di coesistenza, di fraternità e questo è il messaggio più grande di sempre. Egli ha parlato a tutti e per tutti. Nessuno aveva mai parlato così”, per noi abitanti della città e per tutto l’Iraq “è stato potente ed emozionante”. “Molti musulmani - prosegue Omar Mohammed - hanno detto che oggi è il giorno in cui possiamo davvero celebrare la liberazione di Mosul, finalmente oggi abbiamo ammainato la bandiera nera attraverso gli occhi del papa. Egli ha deciso di pregare fra macerie e distruzione, mandando un messaggio fortissimo e portando al contempo una attenzione globale sulla città”. 

Ai suoi cittadini, con il contributo del governo, spetta ora “il compito di ricostruirla salvaguardando tutte le diverse facce e componenti che la rendono ricca”. “Ascoltando il discorso del papa - aggiunge - devo riconoscere che è stato davvero saggio nello scegliere le parole, non solo creative ma dritte al cuore e guardandoci negli occhi, come se avesse colto appieno le nostre sofferenze”. “Per mantenere viva questa memoria e la sua venuta - conclude - e rilanciando la richiesta di molte persone di Mosul, penso che si potrebbe dar vita a un centro interreligioso, lavorando assieme per un futuro migliore. Ma per far questo, anche in un’ottica di ricostruzione, è essenziale il contributo di un governo che finora è stato sin troppo assente”.

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