La catastrofe dell'Ortodossia
di Stefano Caprio

La guerra in corso sta disintegrando le relazioni tra i cristiani: è il grande scisma dell'Ortodossia. Gli ortodossi ucraini praticanti sono il doppio di quelli russi e oggi anche la maggioranza delle diocesi che dopo la proclamazione dell'autocefalia nel 2018 erano rimaste di giurisdizione moscovita, ha deciso di non nominare più il patriarca Kirill nelle proprie liturgie. Questo chiederà una presa di posizione più esplicita anche da parte di tutte le altre Chiese ortodosse nazionali.


La guerra in Ucraina è cominciata nel 2014, quando la “rivoluzione del Maidan” esaltò la contrapposizione tra Kiev e Mosca, un confronto secolare che oggi è giunto alla sua fase estrema. Qualunque sia l’esito delle operazioni militari, delle trattative di pace e della divisione dei territori, rimarranno rancori profondi e inestirpabili tra i due popoli fratelli, che dividono non solo gli slavi e gli europei, ma anche gli schieramenti geopolitici e ideologici nel mondo intero. Siamo tutti “o russi o ucraini”, “un po’ russi e un po’ ucraini”, “né russi né ucraini”, essendo questa tragedia una ridefinizione della coscienza degli uomini del XXI secolo, molto più di quanto sia accaduto con la guerra del terrorismo islamico del primo ventennio.

Più di tutte le alternative e le contraddizioni, tra Oriente e Occidente o tra globalizzanti e sovranisti, atlantisti e pacifisti, neo-nazisti e complottisti veri o presunti, la guerra in corso sta disintegrando le relazioni tra i cristiani. È il grande scisma dell’Oriente e dell’Ortodossia, che mai aveva conosciuto tanta divisione e tanta rabbia al suo interno, quanto i cristiani d’Occidente hanno purtroppo vissuto nel secondo millennio, con i conflitti infiniti tra il Papato e l’Impero, tra riformatori e tradizionalisti, cattolici e protestanti, ugonotti e sanfedisti, e potremmo continuare a lungo. L’Europa è il continente delle guerre, spesso proprio di religione e di ideologia, e la sua componente antico-bizantina ripropone oggi fantasmi medievali e terrori moderni.

Il termine stesso di “Ortodossia”, imposto nei secoli dei concili patristici contro le eresie, presuppone l’individuazione del “nemico” eterodosso, di “altra fede” rispetto all’unica autentica e dogmatica. La separazione tra Roma e Costantinopoli del 1054, che inaugurò tristemente il secondo millennio cristiano, sembrava aver risolto la questione in modo definitivo, lasciando agli orientali la custodia dei canoni antichi e proiettando i cristiani d’occidente nella ricerca di forme nuove di cristianità, da quella medievale a quella razionalista e illuminista degli ultimi secoli. Nessuno in realtà sa dire esattamente che cosa divide i cattolici dagli ortodossi, e ormai perfino dai protestanti, ma la divisione dei campi d’influenza lasciava tutti soddisfatti, e pazienza se il mondo si allontana sempre più dalla fede e dal cristianesimo: l’importante è presidiare il proprio campanile.

Nell’Ortodossia questa coscienza “esclusiva” ha tenuto insieme comunità in realtà molto diverse tra loro, dai greci altezzosi agli slavi imprevedibili e creativi, ma spesso ribelli e ambiziosi. Una comunione ecclesiastica che si fonda sulla “conciliarità”, distinguendosi proprio per la mancanza di un centro dominante, non ha mai saputo riunirsi in concilio e accordarsi veramente su nulla, rifacendosi a canoni antichi che ognuno interpreta a suo modo. Il profilo “ecumenico” dei patriarcati tradizionali è stato poi sostituito da quello “etnico” e nazionale inventato dai russi a fine ‘500, allora per imporsi come unico vero regno ortodosso universale, poi adattato alle varie suddivisioni politiche delle nazioni moderne, fino a giungere a un insieme di 15 “Chiese locali” che oggi costituiscono altrettanti fronti di una guerra spirituale, burocratica e infine militare, di cui non si conoscono gli esiti.

A lungo gli ortodossi dell’impero russo, compresi quelli sudditi della Polonia che hanno formato l’Ucraina a cominciare dal 1600, sono stati i grandi detentori e difensori del vessillo della Chiesa d’Oriente, essendo tutti gli altri (compresi i non-ortodossi delle minoranze armena, copta, siriaca e altre ancora) schiavi degli ottomani di fede islamica, che - come sosteneva a fine ‘800 il grande filosofo e teologo russo Vladimir Solov’ev - altro non sarebbe che una variante estrema di un cristianesimo troppo “spiritualizzato”. Perfino dopo il secolo dell’ateismo di Stato, e della grande secolarizzazione mondiale, la comunità dei russi e degli ucraini continuava a rappresentare il corpo principale dell’Ortodossia mondiale, ben oltre la metà dei fedeli, dei sacerdoti e delle chiese in patria e all’estero. La tensione con il patriarcato costantinopolitano, “primus inter pares” dalle prerogative non ben definite, ha accompagnato la storia degli ortodossi fin dalle origine della Rus’ di Kiev, e ancora di più con la “Santa Russia” moscovita, ma senza mai arrivare a una rottura completa. I greci sono sempre stati consapevoli della inevitabile sudditanza rispetto all’invadenza dei russi, che hanno sempre finito per risolvere a proprio vantaggio le controversie territoriali e canoniche, a partire proprio dal controllo delle terre ucraine.

Questa “armonia forzata” si è rotta ormai definitivamente: mai più Mosca e Costantinopoli si abbracceranno, se non in prospettiva escatologica di unione fra tutti i cristiani, riunendo la prima, la seconda e la terza Roma in un futuro che può essere soltanto nelle mani di Dio. I due terzi dell’intero mondo ortodosso, i russi e gli ucraini, sono divisi da una guerra iniziata prima ancora dell’invasione putiniana di febbraio. Era iniziata negli anni ’90, con la proclamazione dell’indipendenza nazionale che aveva portato a un primo scisma ecclesiastico, rimasto marginale, e che si è invece riproposto in forma esplicita e ufficiale dopo gli eventi del 2014, e soprattutto del 2016, quando il patriarcato di Mosca rifiutò di partecipare al Concilio Panortodosso di Creta, che sarebbe stato il primo della storia ortodossa di un intero millennio. Ne seguì l’approvazione dell’autocefalia di Kiev, un’offesa alla coscienza imperiale dei russi assai più profonda del “genocidio culturale” dei filorussi del Donbass, una “persecuzione religiosa” dei veri ortodossi “moscoviti” dell’Ucraina da parte dello Stato corrotto e “neonazista” imposto a Kiev dall’Anticristo occidentale.

Le scelte del presidente ucraino Petro Porošenko, predecessore dell’attuale Volodymyr Zelenskyj, hanno aggiunto argomenti pesanti alle recriminazioni di Kirill e di Putin: è stato proprio il presidente-oligarca, specchio ucraino della casta moscovita, a prendere l’iniziativa per consacrare la nuova metropolia costantinopolitana di Kiev, e lui si è recato nel gennaio 2019 alla sede del Fanar di Istanbul insieme al nuovo gerarca Epifanyj, per ricevere dalle mani del patriarca Bartolomeo il Tomos che staccava per sempre l’Ucraina dalla Russia, una vera e propria dichiarazione di guerra a cui i russi hanno risposto nel 2022.

Non stupisce, dunque, che il patriarca di Mosca sostenga i proclami bellici del presidente, aggiungendo motivazioni “metafisiche”, secondo la sua stessa definizione, perché si radicano in concezioni ben più profonde e simboliche delle stesse controversie militari. Da quando Kirill ha pronunciato l’omelia “putiniana” del 6 marzo, le chiese ucraine della parte legata al patriarcato di Mosca ha cessato di commemorare il suo nome durante la liturgia, dando inizio al vero scisma tra gli ortodossi: gli “autocefali” sono infatti meno della metà dei “moscoviti”, e questi ultimi erano rimasti fedeli a Kirill nonostante il loro stesso desiderio di sentirsi una Chiesa autonoma. Alcune chiese e monasteri hanno già annunciato il loro passaggio formale alla Chiesa di Epifanyj, e ora Mosca rischia di rimanere senza la sua metà occidentale, la parte più devota e fedele: in Russia, degli 80 milioni di ortodossi nominali, frequentano la chiesa al massimo 5 milioni, mentre dei 15 milioni di ucraini vanno in chiesa regolarmente più della metà, e ad essi si aggiungono le alte percentuali dei 6 milioni di autocefali e dei 3 milioni di greco-cattolici, anch’essi di tradizione ortodossa, anche se uniti con Roma. Gli ortodossi ucraini, insomma, sono in realtà il doppio degli ortodossi russi, e non valgono molto i numeri delle chiese e delle parrocchie, moltiplicati secondo le convenienze: nella stessa Mosca, la città delle “quaranta quarantine” di cupole secondo un’antica definizione, più chiese si costruiscono, meno sono i fedeli che le frequentano.

Il metropolita “moscovita” Onufryj, che per anni ha resistito tra i fuochi incrociati dei nazionalismi contrapposti, oggi chiede al patriarca Kirill e ai capi della Russia di “rispettare la sovranità e l’integrità dell’Ucraina, cessando immediatamente la guerra fratricida, il peccato di Caino che per invidia uccise Abele… questa guerra non ha alcuna giustificazione, né presso Dio, né presso gli uomini”. Ad oggi più di metà delle 52 diocesi di giurisdizione moscovita ha deciso di cancellare il patriarca dalle commemorazioni, e questo crea immediatamente una diversa concezione della stessa identità ecclesiale. Nella liturgia, infatti, è sufficiente ricordare il proprio vescovo locale per essere in comunione con la Chiesa universale: i “dittici” che elencano tutti i più alti gradi della gerarchia sono importanti più per il clero che per i fedeli, e hanno un significato più “politico” che spirituale, o perfino dogmatico. Sta al vescovo il compito di definire il suo rapporto con il patriarca, il metropolita, o il papa nella versione cattolica.

A prendere le distanze dal patriarca non sono soltanto le parrocchie e le diocesi ucraine, ma molte strutture della Chiesa russa in Europa e in altre parti del mondo. La parrocchia di Amsterdam, che si prende cura degli ortodossi d’Olanda, ha già dichiarato la sua separazione da Mosca, e appare quanto meno paradossale la condizione della rete delle chiese russe che fino al 2018 costituivano l’esarcato russo di Costantinopoli, un centinaio di parrocchie distribuite in vari Paesi europei con centro a Parigi. Il patriarca Bartolomeo li scaricò per evitare di continuare a dover rispondere di fedeli russi, e la maggior parte delle chiese si riunì a Mosca; oggi sono tra i più scandalizzati per la “svolta imperiale” di Kirill, che riporta ai tempi sovietici della “Chiesa di regime” che fu la ragione della nascita dell’esarcato. Perfino il metropolita russo-lituano di Vilnius Innokentij, da sempre un fedelissimo di Kirill, ha condannato la “guerra della Russia contro l’Ucraina”.

Quasi 300 sacerdoti ortodossi nella stessa Russia ha firmato un appello per la riconciliazione e la fine dell’invasione. Vi sono poi gli appartenenti alla “Chiesa russa all’estero” (Zarube┼żnaja) che si era formata dopo la rivoluzione per sostenere l’ideale ortodosso zarista, che si riunirono con Mosca nel 2004 proprio grazie agli sforzi dell’allora metropolita Kirill, e oggi chiedono la “cessazione dell’odio e della divisione” schierandosi al fianco di Onufryj di Kiev. Per ironia della sorte, gli ortodossi più convintamente “putiniani” sembrano essere i “vecchio-credenti”, eredi di uno scisma del 1600 in cui si affermava la superiorità della tradizione russa perfino su quella greca, e per questo sono stati perseguitati per secoli dal patriarcato di Mosca, dagli zar e quindi dai sovietici. Non a caso, negli ultimi anni, lo stesso Vladimir Putin ha manifestato apertamente la sua simpatia per questo ramo separato e “super-identitario” dell’Ortodossia russa. Non si ricorda più il nome del patriarca nemmeno al monastero delle Grotte di Kiev, culla del monachesimo e della spiritualità russa, da sempre fedele al centro moscovita.

Per affermare la propria supremazia, l’Ortodossia russa rischia di perdere in modo quasi irreparabile la propria unità e insieme la propria identità, e perfino la relazione con il resto della Chiesa universale. Non si sa come si ridefiniranno le diocesi moscovite dell’Ucraina, se fondendosi con gli autocefali o costituendo un’ulteriore unità separata, ma di sicuro questo comporterà una presa di posizione più esplicita da parte di tutte le altre Chiese ortodosse nazionali: finora solo Alessandria e Atene avevano dichiarato di riconoscere l’autocefalia ucraina, schierandosi con Costantinopoli, e solo Antiochia e la Serbia si era invece pronunciati a favore di Mosca. Le altre 8 Chiese (Gerusalemme, Bulgaria, Romania, Albania, Cipro, Polonia, Moldavia, Georgia) sembrano sempre più pendere dalla parte contraria ai russi, che rimarrebbero quindi praticamente isolati.

Alcuni teologi ortodossi stanno addirittura diffondendo l’opinione che i russi non siano soltanto “ingombranti” dal punto di vista canonico e inaccettabili per l’appoggio bellico, ma perfino eretici, in quanto sostenitori della dottrina politica del “Mondo Russo”, da noi presentata in questo articolo. È un’eresia che sviluppa una versione estrema del cosiddetto “etno-filetismo”, il nazionalismo ecclesiastico condannato in passato, in quanto contraddice la natura “ecumenica” e universale della Chiesa, corrispondente alla visione “cattolica” in Occidente. Il nuovo “etno-imperialismo”, secondo molti teologi della diaspora ortodossa mondiale, non è altro che una “putinizzazione” della Chiesa e della società russa. Se la guerra è stata iniziata con la pretesa della “de-nazificazione” dell’Ucraina, oggi da tutto il mondo dei cristiani d’Oriente e d’Occidente si chiede la “de-putinizzazione” dell’Ortodossia.

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