Giovani dell’Asia centrale: divisi tra gli idoli del materialismo e la fede

Parlano i responsabili della Chiesa della regione. I cattolici sono una minoranza dello 0,4%, ma attiva. Il fascino dei falsi idoli del materialismo verso popolazioni povere e la necessità della pratica quotidiana della fede. Vescovo di Astana: il progresso propone falsi modelli, irreali e impossibili.

Astana (AsiaNews/Ucan) – Nell’Asia centrale il diffondersi del consumismo è un grave ostacolo per la fede dei giovani cattolici, divisi tra l’aspirazione a raggiungere i beni materiali e la pratica quotidiana della vita cristiana. Parlando a UCA News mons. Tomasz Peta, arcivescovo dell’arcidiocesi della Santissima Maria ad Astana (Kazakistan), osserva che in questa situazione persino “il progresso è un problema”, perché propone modelli non reali e raggiungibili “solo da un piccolo gruppo di benestanti”. Ma così la naturale aspirazione “a una vita migliore” può diventare l’obiettivo principale dei giovani e distrarli e allontanarli dalla fede. Inseguendo questi modelli “possiamo avere ogni cosa, ma non vivere”: occorre “dire ‘basta’ e iniziare a vivere con Gesù”.

Nell’Asia centrale i cattolici sono circa lo 0,4% della popolazione, ma tra i giovani cresce la domanda religiosa. Dall’11 al 15 agosto nel santuario mariano di Ozernoe, 500 chilometri a nord di Astana (Kazakistan), il primo Incontro dei giovani cattolici dell’Asia centrale ha riunito oltre 450 ragazzi tra i 20 e i 30 anni.

Padre Tomasz Koszinski degli Oblati, uno dei due soli sacerdoti del Turkmenistan, applaude l’incontro come un’occasione per i giovani cattolici di incontrarsi e “vedere che non sono soli”. I rapporti tra la Santa Sede e il Turkmenistan sono stati stabiliti nel 1996 ma la Chiesa non ha ancora l’autorizzazione legale. Circa 50 persone vanno con regolarità a messa nella cappella della Nunziatura apostolica.

Padre Carlos Avila della Incarnate Word, responsabile della Chiesa nel Tagikistan, dice che qui il grande problema è la povertà. I giovani debbono emigrare in Russia e in altri Paesi per trovare lavoro e si allontanano dalla Chiesa. Anche chi ha una discreta istruzione “non ha futuro”, perché la società è comandata dalla maggioranza islamica divisa in clan. La guerra civile del 1992-94 tra il governo filocomunista e l’opposizione islamica ha devastato la Nazione. All’epoca molti europei sono fuggiti, come circa 3mila cattolici di etnia tedesca. Ora nel Tagikistan ci sono solo 250 cattolici.

Mons. Jerzy Maculewicz, vescovo e amministratore apostolico della Chiesa in Uzbekistan, dice che nelle piccole città i maggiori problemi per i giovani sono l’alcolismo e le separazioni coniugali. Invece a Tashkent e in altre grandi città pensano anzitutto a farsi una posizione sociale. Ma sono comunque ragazzi non così “privi di controllo e di disciplina” come in Europa. L’incontro di Ozernoe – dice – li ha aiutati “a imparare l’esperienza della fede da altri e [a ricevere] nuove idee”.

Nel Kazakistan ci sono circa 250mila cattolici, mentre in Turkmenistan, Kirghizistan e Uzbekistan ce ne sono circa 500 ognuno e 250 in Tagikistan. Prima del crollo dell’Unione sovietica nel 1991, l’amministrazione apostolica dei 5 Paesi era concentrata in Karaganda (Kazakistan). Nel 1997 nei diversi Stati è stato disposto il sui iuris (autogoverno delle missioni). Nel 1999 Papa Giovanni Paolo II ha elevato Karaganda a diocesi e ha istituito amministrazioni apostoliche ad Almaty, Astana e Atyrau. Nel 2003 Astana è diventata arcidiocesi ed è stato nominato arcivescovo mons. Jan Pawel Lenga. Nel 2005 in Uzbekistan è stata costituita un’amministrazione apostolica.


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