La dolcezza sconosciuta del miele del Tagikistan

La produzione dell'apicoltura di Dushanbe è molto quotata alle fiere internazionali per il gusto e la purezza ed è molto cresciuta anche nella quantità disponibile. Ma fatica ancora ad entrare nei mercati europei per le carenze nei sistemi di certificazione e nell'organizzazione logistica a sostegno dell'esportazione.

di Vladimir Rozanskij

Dushanbe (AsiaNews) - Il Tagikistan va da sempre molto fiero della sua produzione di miele, che considera della qualità migliore nell’area dei Paesi eurasiatici, anche se fatica a proporlo sui mercati internazionali, e soprattutto su quello europeo, che adotta criteri molto selettivi. Le quantità del miele tagico sono di notevole misura, e ottengono sempre valutazioni molto alte alle fiere mondiali per il gusto e la purezza ecologica, ma questo non è sufficiente a farlo arrivare nei negozi più ricchi.

Nell’ultimo decennio la produzione del miele è in continuo aumento in Tagikistan; se agli inizi degli anni ’90 si contavano in tutto circa 60 mila famiglie alvearie, oggi esse sono sulle 260-280 mila, che offrono miele quasi 5 mila tonnellate l’anno, rispetto alle poche centinaia di trent’anni fa. Rispetto alla popolazione questo significa circa mezzo chilo di miele a persona, molto più che nella maggior parte dei Paesi asiatici, anche se meno dei Paesi leader in questo settore in Europa e in America meridionale.

Nonostante l’aumento della produzione, l’export rimane molto limitato: nel 2024, secondo i dati della dogana, il Tagikistan ha esportato soltanto 2,3 tonnellate di miele e ne ha importate 4,2 tonnellate, evidenziando i problemi di uscita sui mercati esterni. Il prezzo medio del miele in Europa si aggira sui 15 euro al chilo al dettaglio, mentre all’ingrosso si tratta di 2-3 euro al chilo, considerando che per la vendita serve la confezionatura, il barattolo con l’etichetta e la pubblicità, per non parlare delle varie spese di trasporto e preparazione. Dal Tagikistan il miele arriva per lo più come materia prima senza elaborazione e branding, riducendo di molto il suo valore e rendendolo poco appetibile per i principali acquirenti internazionali.

Per raggiungere il mercato europeo non è sufficiente l’attestazione di “alta qualità” della produzione, ma è necessario osservare una serie di esigenze molto rigide, che finora i tagichi non sono riusciti a rispettare. Lo stesso presidente Emomali Rakhmon ha affermato di recente che “nonostante nel nostro Paese esistano condizioni favorevoli per lo sviluppo dell’apicoltura, la produzione e l’esportazione del miele continuano a non corrispondere alle possibilità che abbiamo”, esortando a perfezionare i sistemi di controllo della qualità e di certificazione.

Per raggiungere questo obiettivo bisogna superare alcune tappe necessarie, anzitutto inserendosi nella lista ufficiale dei Paesi terzi a cui è concessa l’esportazione del miele nell’Unione europea. Quindi serve un programma nazionale di monitoraggio dei resti dei pesticidi e degli antibiotici, con laboratori accreditati e in grado di verificare se il miele tagico rispetta tutti gli standard europei, tutte procedure ancora da organizzare completamente, in quanto finora hanno presentato risultati insufficienti o discutibili.

Oltre alle difficoltà burocratiche, ce ne sono altre più reali, come le dimensioni troppo ridotte degli alveari, difficili da comporre tra loro per organizzare consegne stabili e regolari. I coltivatori vanno riuniti in cooperative, e servono depositi all’avanguardia con capacità di lavorazione efficace. Non è sufficiente l’orgoglio nazionale, una caratteristica molto radicata nell’animo dei tagichi, che va trasformata anche in capacità di unirsi e lavorare per raggiungere obiettivi di crescita di tutta l’economia nazionale, magari iniziando proprio dalla dolcezza del miele.

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