A quattro anni dal ritorno dei talebani, il Pakistan vuole espellere i rifugiati afghani

Islamabad ha ripreso i rimpatri forzati, fissando al primo settembre la scadenza per la partenza di 1,4 milioni di afghani. La decisione è stata presa nonostante il disastro umanitario in patria, dove, secondo un recente rapporto del Dipartimento di Stato Usa, i talebani impongono un “sistema istituzionalizzato di repressione”.

Islamabad/Kabul (AsiaNews) - A quattro anni dal ritorno al potere dei talebani, continua il deterioramento della situazione umanitaria per gli afghani, compresi i rifugiati che si trovano in Pakistan. La settimana scorsa Islamabad ha fissato il primo settembre come scadenza per la partenza di 1,4 milioni di afghani, alcuni dei quali dotati di permessi di soggiorno. Il programma di rimpatri forzati era stato inizialmente approvato a ottobre 2023, ma era poi stato ufficialmente sospeso a metà 2024 a causa delle pressioni internazionali. Di recente però il Pakistan ha riallacciato i legami diplomatici con l’Afghanistan inviando a giugno un proprio ambasciatore a Kabul.

Secondo funzionari pakistani citati da Nikkei Asia, le relazioni con l'Afghanistan rimangono positive e i cittadini afghani sono i benvenuti se fanno richiesta di visti e risiedono nel Paese legalmente, "ma non come rifugiati". Analisti come Fakhar Kakakhel hanno spiegato che "il regime ha messo in chiaro che la guerra è finita e ora è il momento di sviluppare la propria patria". Un funzionario pakistano ha aggiunto, in forma anonima, che il Pakistan ha ospitato rifugiati afghani per oltre 40 anni e che ora è il momento che se ne vadano.

Le ragioni dietro questa stretta sarebbero molteplici. Secondo l'analista Noreen Naseer, crescono le preoccupazioni per la sicurezza nelle aree nord-occidentali del Paese, che confinano con l'Afghanistan e sono teatro di un numero sempre maggiore di attentati terroristici. Un'altra ragione sarebbe il sentimento, percepito da alcuni funzionari, di una "mancanza di gratitudine" da parte dei rifugiati afghani per il sostegno offerto dal Pakistan nel corso degli anni. A influenzare la decisione di Islamabad è stato anche l'approccio dell'Iran, che ha recentemente espulso migliaia di rifugiati, spingendo il Pakistan a riprendere a fare lo stesso. Anche l’indifferenza dell’Occidente è un fattore che contribuisce alla crisi, hanno ricordato gli analisti.

La situazione in Afghanistan, però, continua a essere drammatica dal punto di vista umanitario, come descritto da un recente rapporto pubblicato dal Dipartimento di Statostatunitense, in cui si parla di un "generale disprezzo per lo stato di diritto e di impunità ufficiale" nei confronti degli abusi commessi. Viene ribadito il "significativo deterioramento" dei diritti delle donne, che sono state "effettivamente rimosse dagli spazi pubblici". Alle donne è stata ridotta la libertà di movimento e vietata l’istruzione secondaria. Le donne in Afghanistan affrontano però anche l'ostacolo all'assistenza sanitaria: i medici maschi in genere non hanno il permesso di curarle, le pazienti devono essere accompagnate da un tutore maschio, e il numero di operatrici sanitarie qualificate è in costante diminuzione a causa della chiusura dei corsi universitari che provvedono alla loro formazione.

Il rapporto cita anche "resoconti credibili" di uccisioni arbitrarie, spesso come forma di rappresaglia contro individui legati al governo precedente sostenuto dall’Occidente. Il relatore speciale delle Nazioni unite, Richard Bennett, ha riferito che omicidi sono stati registrati "in case private, spazi pubblici e strutture di detenzione", e hanno coinvolto difensori dei diritti umani, avvocati, giudici, studenti, insegnanti e agenti di polizia, "in molti dei casi donne", nonostante i talebani avessero inizialmente promesso un’"amnistia generale" nei confronti degli ex funzionari. 

Tra aprile e giugno 2024, la missione delle Nazioni unite in Afghanistan ha registrato almeno 179 punizioni corporali eseguite su ordine del tribunale, in particolare fustigazioni pubbliche di uomini e donne per adulterio, rapina e altri presunti reati. Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha inoltre affermato che la lapidazione è "parte della sharia" e verrà applicata se le condizioni lo permetteranno.

Il rapporto documenta anche il diffondersi del reclutamento di minori e la persistenza di matrimoni precoci e forzati, una pratica che coinvolge quasi il 39% delle donne tra i 15 e i 49 anni. A peggiorare ulteriormente il quadro, il Dipartimento di Stato americano denuncia la soppressione della libertà di espressione e di stampa, con giornalisti che subiscono detenzioni e pestaggi, e l'imposizione di una rigida censura. L'impunità per i soldati talebani è "un problema significativo" e non sono consentite indagini indipendenti sugli abusi. In sintesi, il rapporto conclude che il governo talebano è "incoerente con gli obblighi e gli impegni del Paese ai sensi del diritto internazionale", imponendo un "sistema istituzionalizzato" di repressione.

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