Cecilia Sala e le migliaia di stranieri ‘dimenticati’ nelle carceri iraniane

Gli occidentali nelle prigioni della Repubblica islamica sono giustamente un caso internazionale. Ma sono una quota piccolissima degli oltre 8mila non iraniani detenuti da Teheran. Nel 95% dei casi si tratta di immigrati afghani; per oltre 70 di loro nel 2024 sono state eseguite condanne a morte per impiccagione. Tra gli altri Paesi di provenienza dei carcerati anche Pakistan, Iraq, Turchia, Azerbaigian e India.

di Dario Salvi

Teheran (AsiaNews) - La vicenda della giornalista italiana Cecilia Sala, arrestata in Iran e trattenuta con accuse generiche e in condizioni che la famiglia ha definito preoccupanti a dispetto delle rassicurazioni di Teheran, ha riportato alla ribalta delle cronache la “diplomazia degli ostaggi”. Una pratica consolidata dalla Repubblica islamica sin dagli albori della sua storia, con l’assalto all’ambasciata Usa e il sequestro di 52 diplomatici americani al suo interno, tenuti prigionieri dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981. Gli arresti arbitrari sono proseguiti nel tempo e spesso hanno coinvolto giornalisti, come avvenuto nel 2009 con la statunitense Roxana Saberi in prigione da gennaio a maggio 2009 in seguito alla condanna, ridotta e poi sospesa, per “spionaggio”. Tuttavia, ad oggi vi sarebbero “solo” sei occidentali nelle prigioni di Teheran, su un totale di oltre 8mila detenuti stranieri in grande maggioranza di origine afghana, che rappresentano anche il dato più consistente di non-iraniani impiccati nelle prigioni del Paese in seguito a condanna a morte. 

Analisti ed esperti ricordano che, proprio a partire dalla crisi degli ostaggi Usa, la Repubblica islamica ha sfruttato la detenzione di cittadini stranieri (occidentali) anche per lunghi periodi, per utilizzarli come moneta di scambio coi rispettivi governi e nei rapporti con le altre nazioni. Stranieri e immigrati con doppia cittadinanza, vittime di arresti arbitrari e condanne sommarie con “violazioni del giusto processo” e sentenze “politicamente motivate” come emerge in un rapporto di Human Rights Watch (Hrw).

Oltre alla giornalista italiana, gli “occidentali” oggi detenuti nelle carceri iraniane sono: Nazak Afshar, cittadina francese, in cella dal 12 marzo 2016; il medico iraniano-svedese Ahmad Reza Djalali, arrestato nell’aprile 2016 e condannato a morte con l’accusa di spionaggio e tradimento; l’iraniano-canadese Abdolrasoul Dorri-Esfahani, condannato per spionaggio e in cella dall’agosto 2016; il tedesco Nahid Taghavi, in carcere dal 2020, così come Mehran Raoof, originario del Regno Unito. Fra gli iraniani con “permesso di residenza permanente” negli Stati Uniti oggi in carcere in Iran vi sono l’attivista curdo Afshin Sheikholeslami Vatani (dal 2020) e Shahab Dalili (dal 2016). 

Le loro vicende sono fonte di preoccupazione per le opinioni pubbliche dei Paesi di origine e i rispettivi governi, ma rappresentano solo una parte minima degli stranieri detenuti nelle prigioni della Repubblica islamica. Il loro numero supera infatti quota 8mila ed è costituito in larghissima maggioranza da migranti afghani (circa il 95% secondo i dati ufficiali), per i quali Teheran ha avviato negoziati con i rappresentanti talebani per consentire di far scontare la condanna nel Paese di origine. Ad ostacolare il ritorno vi sarebbero però “debolezze infrastrutturali” in Afghanistan e un sistema giuridico interni giudicano “non idoneo” persino dalle autorità iraniane. Fra le accuse mosse a loro carico vi sono quelle di traffico di droga, furto e attraversamento irregolare delle frontiere. A seguire, fra gli stranieri incarcerati troviamo cittadini di Pakistan, Iraq, Turchia, Azerbaigian e India.

Gli immigrati afghani detengono anche il poco invidiabile primato di stranieri finiti fra le mani del boia in Iran. Solo nel 2024, infatti, le autorità iraniane hanno impiccato oltre 70 condannati a morte di origine afghana, con un aumento del 300% rispetto all’anno precedente come emerge dai dati forniti dalla Iran Human Rights Organization. La maggior parte delle esecuzioni è stata effettuata per reati legati alla droga nella prigione centrale di Qezel Hesar. Il loro aumento è coinciso con il ritorno al potere dei talebani: dai 16 del 2022 si è passati infatti ai 25 del 2023 fino ai 72 nei primi 11 mesi dello da poco concluso. 

Gli esperti di legge hanno collegato l’aumento delle esecuzioni all’assenza di un governo legittimo e responsabile a Kabul e sostengono che l’Iran stia sfruttando il vuoto di potere per intensificare le impiccagioni di cittadini afghani, in un quadro di impunità e di relazioni tese fra i due Paesi. Da qui il rinnovato appello di movimenti e gruppi pro diritti umani, i quali continuano a chiedere sia ai talebani sia alle organizzazioni giuridiche internazionali di affrontare la difficile situazione dei migranti e dei prigionieri afghani nella Repubblica islamica. 

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