L’impegno missionario e la sfida multiculturale nel sud dell'Asia

Nel sud dell’Asia è frequente l’esperienza di violenze contro i cristiani, da parte di altre religioni dominanti. Nel Bangladesh 70 religiosi e suore hanno partecipato a un seminario per imparare un nuovo approccio verso le culture diverse.

di William Gomes

Dhaka (AsiaNews) – Circa 70 sacerdoti e suore Saveriani e del Pontificio Istituto per le Missioni Estere Pime hanno partecipato al seminario su “Approccio multi e interculturale, aspetti epistemologici e semantici” dal 5 all’8 ottobre.

Padre Francesco Rapacioli, superiore regionale del Pime, spiega ad AsiaNews che il seminario ha affrontato il problema di come il missionario comprende e si fa comprendere dalla gente tra cui svolge la sua missione. Problema affrontato in modo semplice e chiaro da Agostino Portera (nella foto), docente di Educazione interculturale all’università di Verona (Italia).

Portera ha paralto della della violenza religiosa tra fedi diverse, come si manifesta contro i cristiani in Paesi quali l’islamico Pakistan e l’India a maggioranza induista.

Per comunicare tra culture diverse, dice Portera, "occorre affrontare i crescenti conflitti e violenze nell’area di India e Pakistan, o in altre. La maggior parte della gente in conflitto afferma che la propria religione o valori siano i migliori, ma la via non è questa, noi dobbiamo iniziare un dialogo con chi è in conflitto, il dialogo è la via”.

“Noi dobbiamo comprendere la gente, non è un problema che il contrasto sia tra cristiani o indù o altre fedi, ma il problema è la mancanza di dialogo”, “il dialogo può fermare il conflitto”.

Nel Pakistan la legge sulla Blasfemia è radicata in profondità, come denunciato da mons. John Joseph, vescovo di Faisalabad dal 1984 al 1998, suicida per protesta contro la crudeltà degli islamici pakistani verso i cristiani. In India cresce la violenza degli indù contro i cristiani.

Portera osserva che “un’educazione interculturale costituisce il modo migliore e più appropriato per affrontare simili inevitabili questioni. Questo approccio rivoluzionario aggira il nostro disorientamento.… e gli attuali mutamenti sociali”. “Considerata la nostra differente situazione ed educazione interculturale, come si è sviluppata in Europa, ci permette di riconsiderare la pedagogia, mettendo insieme il meglio della tradizione con le esigenze contingenti e in vista delle sfide future”.

Egli ha spiegato che anche nell’uso di concetti generali “ci sono ancora molte barriere da superare. Il termine ‘tolleranza’ usato finora in collegamento con istruzione multiculturale e talvolta interculturale, di fatto trasmette un’idea gerarchica: una persona è superiore e deve tollerare chi gli è inferiore”. Invece occorre che “il rapporto possa avvenire allo stesso livello. In molti Paesi e in documenti ufficiali, termini come ‘razze’ o ‘cultura primitiva’ sono ancora usati in modo acritico, benché la parola ‘razza’ non abbia fondamento scientifico e sia stata bandita dal linguaggio del Parlamento europeo”. Simili termini dimostrano il permanere “di una violenza fisica o psicologica” che occorre eliminare.

Secondo Portera, occorre educare le persone su come affrontare simili situazioni di conflitto e questo seminario può essere un inizio, ma occorre proseguire un processo di educazione, che deve iniziare dalla scuola per educare l’intera società.

Padre Rapacioli ha concluso rilevando che i missionari lavorano per la pace e che il loro lavoro nel Bangladesh avviene in condizioni molto migliori che in Pakistan e in India, perché qui c’è uno stabile dialogo con i leader islamici.

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