Missionario: A Pasqua, il mistero della sofferenza che unisce tutti

Il racconto di p. Michele Brambilla, superiore della missione. La celebrazione della Domenica delle Palme al St. Vincent Hospital di Dinajpur. Di fronte alla sofferenza “non si può rimanere insensibili”. Musulmani e indù raccolti in preghiera per l’estrema unzione ad una donna cattolica.

di Michele Brambilla

Dinajpur (AsiaNews) – Un “mistero della sofferenza” che unisce tutti e davanti al quale “non si può rimanere insensibili”. È il racconto di p. Michele Brambilla, superiore regionale del Pime (Pontificio istituto missioni estere) in Bangladesh. Quest’anno il missionario ha scelto di celebrare la Domenica delle Palme al St. Vincent Hospital di Dinajpur, l’ospedale diocesano che dirige. È in questo luogo di malattia e sofferenza, afferma, che “c’è molta umanità e solidarietà”. Un’umanità che trascende le differenze religiose. Di seguito la sua lettera.

Domenica delle Palme 2018

Carissimi amici, tanti saluti dal Bangladesh.

Ho da poco terminato la celebrazione eucaristica della Domenica delle Palme nel nostro ospedale diocesano. Ho scelto di passare questo periodo quaresimale fino a Pasqua celebrando nel luogo che mi è stato affidato da più di due anni dal mio vescovo.

È stata una bella Quaresima dove per tutto il personale medico, paramedico, infermiere, lavandaie, cuciniere e addette alle pulizie sono stati organizzati momenti di preghiera settimanale e due giornate di ritiro spirituale nel seminario diocesano adiacente all’ospedale. Artefici di tutti questi programmi sono le suore di Maria Bambina che vivono e lavorano in ospedale prendendosi cura dei malati, delle giovani e del sottoscritto.

Due giorni fa, venerdì di Quaresima, sono stato chiamato nel reparto di medicina generale per dare il sacramento degli infermi ad una donna molto ammalata. C’è stata una partecipazione corale. Tutti si sono fermati per pregare attorno a questa donna, abbiamo contemplato insieme il mistero della sofferenza e affidato la sua vita nelle mani di Dio. Al termine della preghiera uscendo dallo stanzone ho trovato Shifat, un ragazzo mussulmano di 12 anni che insieme a sua mamma ha assistito alla preghiera. Guardandomi attorno ho visto anche le donne indù e delle religioni tradizionali. Davanti alla sofferenza di uno non si può rimanere insensibili e loro ne sono la testimonianza.

Mi fermo nel corridoio, saluto Shifat primo di tre fratelli e senza papà, morto da tre anni. Due settimane fa gli hanno asportato la parte inferiore di una gamba per un carcinoma. Lo vedo sereno, mi sorride e gli chiedo se ha dolori. Mi risponde di no, gli sorrido e lo lascio alle cure amorevoli della mamma. Questi sono scorci di quotidianità che vivo in questo luogo che è di malattia e sofferenza ma dove c’è molta umanità e solidarietà.

Auguro a tutti voi una gioiosa Santa Pasqua nel Signore Gesù vivo e presente in mezzo a noi.

Un abbraccio a tutti.

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