Cristiani dell’Orissa: dal governo non solo scuse, ma “misure concrete”

Il ministro degli interni ha visitato i campi profughi di Kandhamal e ha assicurato l’impegno del governo per un ritorno alla normalità. I cristiani denunciano minacce, mancanza di risarcimenti e continue violazioni alla libertà religiosa. Ancora oggi gli autori delle violenze circolano impuniti nei villaggi.

di Nirmala Carvalho

Bhubaneshwar (AsiaNews) – I cristiani indiani accolgono le scuse offerte dal governo centrale e la promessa di punire i colpevoli, ma chiedono anche “misure concrete” per fermare le violenze dei fondamentalisti indù e la garanzia di “professare in maniera libera la fede religiosa”. Essi denunciano nuovi casi di minacce e sottolineano che, ancora oggi, gli autori dei massacri “circolano impuniti in molti villaggi”.

 

Nei due giorni di visita in Orissa, P Chidambaram, ministro degli interni di New Delhi, si è recato anche nei campi profughi del Kandhamal, dove sono ancora raccolte alcune migliaia di cristiani. Rivolgendosi a loro il ministro ha affermato: “Sono addolorato per quanto è successo. I responsabili [delle violenze] saranno puniti. Vi chiedo di tornare nei vostri villaggi e ricominciare di nuovo la vostra vita. Sono venuto qui per verificare le vostre condizioni. Il governo centrale e quello dell’Orissa faranno ogni cosa per eliminare gli ostacoli al vostro rientro”.

 

Interpellato da AsiaNews, Sajan George – presidente di Global Council of Indian Christians (GCIC) – si dice “rincuorato” dalle scuse offerte dal ministro degli interni, ma aggiunge che “egli non ha chiarito i passi che intende compiere per sradicare il fondamentalismo”. Per l’attivista cristiano si è trattato di un “discorso politico”, ma le persone hanno bisogno di misure concrete perché hanno perso tutto, dalle abitazioni ai documenti, e non hanno alcuna tutela legale.

 

Le dichiarazioni del ministro Chidambaram seguono di pochi giorni quelle di M. P. Pinto, vice-presidente della Commissione nazionale per le minoranze (Ncm). Anch’egli ha visitato il 14 e 15 giugno alcuni centri in cui vivono i cristiani sfollati e garantito una rapida soluzione alla loro situazione. Pinto aveva però ammesso: “Non possiamo ancora dire che la piena normalità sia ristabilita”.

 

A conferma della precarietà della situazione un profugo del campo di Tikabali testimonia di non poter rientrare nel villaggio natale di Bodmondia perché mancano protezione e sicurezza. “Gli estremisti – racconta Kasani Pradhan ad AsiaNews – hanno bruciato la mia casa e ho perso tutto. Sono spaventata per quello che mi riserva il futuro, il ministro non ha dato garanzie di risarcimenti e protezione”. Dal 31 maggio gli agenti della Central Reserve Police Force (Crpf), dislocati nel Kandhamal a protezione dei cristiani e dei campi profughi, hanno ricevuto l’ordine di smobilitare. Il governo di New Delhi intende chiudere quanto prima i centri. Nei villaggi di Baliguda e Raika continuano a verificarsi violenze e azioni intimidatorie ed anche la cattura dei colpevoli dei pogrom dell’agosto 2008 prosegue a rilento.

 

Padre Nithiyas, segretario esecutivo della Commissione nazionale per la Giustizia, la pace e lo sviluppo della Conferenza episcopale, lavora a stretto contatto con le vittime delle violenze e ha avviato numerosi programmi di assistenza e sostegno psicologico. “Accogliamo le scuse del ministro – riferisce il sacerdote – ma ci aspettiamo molto di più. Egli avrebbe dovuto parlare anche di diritti civili, di diritti delle minoranze a praticare la propria fede”. P. Nithiyas spiega che il governo non ha ancora affrontato la “questione più importante: una strategia efficace per aiutare le persone” e conferma nuovi casi di “minacce contro cristiani” che denunciano le violenze dei fondamentalisti indù o testimoniano ai processi.  

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