Ha l’Hiv: cacciata dalla sala parto, ad assisterla solo il marito

In ospedale nessun medico l’avvicina perché ha l’Hiv e dopo ore di travaglio è il marito che l’aiuta a far nascere il bambino e taglia il cordone ombelicale. E’ un problema diffuso in ospedali, scuole e persino nei villaggi. Vescovo di Bangalore: la Chiesa si batte contro la discriminazione e per il diritto alla salute di chi ha l’Hiv.

di Nirmala Carvalho

New Delhi (AsiaNews) – Sunita, il 27 giugno sera, quando è iniziato il travaglio, si è recata presso l’ospedale Sardar Vallabhbhai Patel Memorial a Meerut (Uttar Pradesh). Ma è positiva all’Hiv e medici e infermieri si rifiutano di aiutarla e nemmeno l’ammettono alla sala parto.

Il marito, Rahees Abbas, racconta che i medici “mi hanno chiesto di tirare fuori il bambino e tagliare il cordone ombelicale”, con i medici intorno che gli danno consigli tenendosi a distanza “di sicurezza”. “Ho seguito le loro istruzioni – prosegue - e poi mi hanno chiesto di pulire il sangue e bruciare i rifiuti”. Dopo il parto, nessun medico si è interessato “della salute del neonato o della madre”.

Ora Mayawati, capo ministro dell’Uttar Pradesh, ha sospeso il dott. Abhilasha Gupta, direttore esecutivo del reparto Maternità, e l’assistente dott. Urmila, di turno quella sera, accusati di “negligenza nell’attività medica”. I due non erano presenti al parto.

Mons. Bernard Moras, arcivescovo di Bangalore e presidente della Commissione per la tutela della salute della Conferenza episcopale indiana, commenta ad AsiaNews che “la Chiesa indiana ripete da sempre che nessuno può essere discriminato perché ha l’Hiv e non può essere mandato via da un ospedale diretto dalla Chiesa. Sarebbe inaccettabile e, se ciò accadesse, io stesso chiederei alle autorità ospedaliere di prendere provvedimenti contro i medici e garantire le cure adeguate al paziente. La cura sanitaria è tra i diritti che fanno parte della santità e della dignità della vita umana. La Conferenza episcopale da tempo chiede che si dia priorità alla cura della salute dei poveri e di chi è affetto da Hiv. I nostri dottori frequentano corsi periodici sui valori etici e religiosi per l’assistenza di chi ha l’Hiv e dei loro parenti”.

La dott.ssa Wilma Carvalho, giovane medico presso l’ospedale S. Ignazio a Honavar (Karnataka), dice che questo incidente “non è sorprendente”, perché avvenuto in “una zona rurale, dove molti medici si rifiutano di curare i pazienti con l’Hiv. In alcuni ospedali chi è sospettato di avere l’Hiv è tenuto in sala d’attesa fino all’esito delle analisi, e se sono positive è mandato a casa. In altri ospedali, chi viene senza l’analisi del sangue non è fatto nemmeno entrare”. “A S. Ignazio abbiamo un ‘Centro per il rispetto della vita’, guidato dal vescovo di Karwar, dove i pazienti con l’Hiv sono curati con farmaci antiretrovirali e consigliati. Ma nei piccoli villaggi il problema è immenso, perché i malati devono battersi con pregiudizi ed emarginazione”.

Il problema esiste nell’intero Paese. A giugno la scuola primaria Mar Dionysius a Pampady (Kerala), ha negato l’ammissione a 5 bambini con l’Hiv. Il 28 giugno è dovuta intervenire l’Alta Corte per confermare il loro diritto ad essere ammessi.


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