India, governo cancella 300 leggi "coloniali": ma dimentica la popolazione

Due noti attivisti sociali spiegano ad AsiaNews che i provvedimenti interessati riguardano soprattutto l'economia, ma non i problemi "reali". Necessaria una riforma delle carceri e contrastare l'abuso di potere da parte della polizia. È in atto un tentativo di "globalizzare" l'India, mantenendo "scarso" il livello dei diritti umani.

di Nirmala Carvalho

Mumbai (AsiaNews) - Un alleggerimento della complicata legislazione indiana dalla portata storica: così Ravi Shankar Prasad, ministro della Giustizia, definisce la decisione di abrogare circa 300 leggi. I provvedimenti, ha spiegato il politico, sono "obsoleti e ridicoli", retaggio del colonialismo britannico, e "non hanno posto nell'India moderna e democratica".

Tuttavia, la proposta del governo centrale dell'India ha scatenato alcune critiche da parte di rappresentanti della società civile. Arun Ferreira, attivista politico imprigionato per quattro anni con false accuse e più volte vittima di torture in carcere, spiega ad AsiaNews che "l'abrogazione di queste leggi è fatta solo nell'interesse dei grandi capitali". L'attuale esecutivo infatti "è salito al potere con il sostegno delle grandi multinazionali, molto interessate a portare avanti la globalizzazione dell'India" e a "rendere il Paese più 'amico' degli investitori".

Tuttavia, sottolinea l'attivista, "il governo tace sull'abolizione di leggi che sono state lesive degli interessi della popolazione, come l'art.124A del Codice penale o l'arcaico Indian Prison Act. Questo dimostra in modo inequivocabile da che parte ha deciso di stare la nostra amministrazione".

L'art.124A (eversione e sommossa) è spesso usato in modo inappropriato da parte delle autorità. Introdotto nel 1894 - e da allora mai modificato - l'Indian Prison Act è giudicato uno dei provvedimenti più obsoleti in vigore nel Paese, e più volte si è chiesto un aggiornamento, soprattutto per migliorare le condizioni di vita dei detenuti.

Lenin Raghuvanshi, attivista per i dalit e direttore del People's Vigilance Committee on Human Rights (Pvchr), è d'accordo con Ferreira. "C'è bisogno - spiega ad AsiaNews - che l'India ratifichi la Convenzione Onu contro la tortura, firmata nel 1997, e di conseguenza la National Police Commission (Npc) aggiorni il suo operato".

Istituita nel 1977, la Npc ha il compito di controllare il sistema di polizia a livello nazionale ed emanare eventuali misure per "prevenire l'abuso di potere" da parte delle forze dell'ordine. 

 

 

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