India, gruppo paramilitare indù chiede un cambio di politica per contenere le minoranze “dannose”

I membri del Rashtriya Swyamsevak Sangh hanno approvato una risoluzione in cui chiedono al governo centrale indiano di rivedere le politiche nazionali sulle popolazioni. L’aumento delle comunità musulmana e cristiana creerebbe uno “squilibrio demografico” che minaccia “l’integrità, l’unità e l’identità del Paese”. In India gli indù sono il 79,8%, i cristiani il 2,3%, gli islamici il 14,23%. Attivista cristiano: “Vogliono solo creare allarmismo e seminare sospetto contro le minoranze”.

di Nirmala Carvalho

Mumbai (AsiaNews) – Il gruppo paramilitare ultranazionalista indù Rashtriya Swyamsevak Sangh (Rss) ha chiesto al governo centrale dell’India di riformulare la politica nazionale sulle popolazioni per contenere e contrastare l’aumento dei fedeli cristiani e musulmani, che creerebbe uno “squilibrio demografico” ai danni dei fedeli indù. I radicali indù infatti sognano la costruzione di una “nazione confessionale basata sull'induismo”. Sajan K George, presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic), commenta ad AsiaNews: ““La crescita dello spettro islamico è pericolosa e genera divisione. Gli estremisti dell’Rss stanno distorcendo i dati per creare allarmismo nei confronti dei musulmani e della loro comunità”.

Krishna Gopal, segretario dell’Rss, ha promosso l’adozione di una risoluzione in cui i membri del gruppo radicale indù chiedono alle autorità indiane di rivedere le politiche governative nei confronti delle minoranze religiose, in aumento secondo le ultime rilevazioni. A fine agosto infatti il Registrar General of India ha pubblicato i dati sul censimento delle religioni del 2011, in cui si rileva per la prima volta un incremento della comunità musulmana superiore a quello dei fedeli indù. L’istituto di indagini statistiche ha calcolato che tra il 2001 e il 2011 i fedeli islamici sono aumentati dello 0,8%, passando da 138 milioni a 172,2 milioni; la comunità indù invece si è fermata allo 0,7% di crescita, con 966,3 milioni di seguaci su 1,211 miliardi di persone; la crescita dei cristiani si è assestata al 15,5% con 27,8 milioni di fedeli.

Quindi per la prima volta in India – che è il maggiore Paese indù al mondo – la popolazione induista è scesa sotto il tetto dell’80% sul totale dei fedeli, fermandosi ad una percentuale di 79,8 punti mentre i musulmani, a livello nazionale, sono saliti dal 13,43% al 14,23%. Infine la popolazione cristiana rappresenta il 2,3% della cittadinanza e i sikh l’1,7%.

Parlando ai media, Gopal ha detto che il governo deve cambiare la sua politica e affrontare il “problema dello squilibrio demografico e del distorto rapporto nelle nascite tra le religioni”. Nella risoluzione adottata dal gruppo si legge inoltre che “l’enorme differenza nel tasso di crescita tra i gruppi religiosi, l’infiltrazione e la conversione hanno causato lo squilibrio, soprattutto nelle aree di confine”, che potrebbe minacciare “l’unità, l’integrità e l’identità del Paese”.

Sajan K George però sottolinea che la frase “problema dello squilibrio demografico”, usata “dall’organizzazione che sostiene l’Hindutva, è dannosa e ha come unico obiettivo quello di seminare discordia e sospetto nei confronti delle minoranze religiose”.

Nel Paese da diversi anni radicali indù attaccano con violenza fedeli musulmani e cristiani, fomentando sentimenti di intolleranza contro cui stanno manifestando anche molti intellettuali. Spesso pastori cristiani vengono arrestati con false accuse di “conversioni forzate”, mentre i fondamentalisti indù proclamano il “Ghar wapsi” (ritorno a casa), uno dei pilastri delle politiche dell’Hindutva secondo la quale “ogni indiano deve essere indù”.

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