Narendra Modi non sfugge all’indagine per i massacri del Gujarat

Secondo un rapporto dell’amicus curiae (“amico della corte”) presentato alla Corte suprema, il chief minister dello Stato non avrebbe preso provvedimenti per fermare i disordini, costati la vita a oltre mille indù e musulmani. Ad aprile un tribunale aveva scagionato Modi da ogni accusa.

di Nirmala Carvalho

Mumbai (AsiaNews) - Narendra Modi, chief minister del Gujarat, può essere indagato per i massacri del 2002. Lo afferma Raju Ramchandran in un rapporto presentato alla Corte suprema, in qualità di amicus curiae ("amico della corte"). Nel documento si sostiene che Modi non ha preso alcun provvedimento per fermare i disordini, e che per questo può essere perseguito in base agli art. 153A (promuovere inimicizia tra gruppi diversi per motivi di religione, razza, nascita, residenza, lingua), 153B (affermazioni lesive dell'integrazione nazionale), 166 (funzionario pubblico che trasgredisce alla legge, per provocare danni ad altre persone) e 505 (dichiarazioni favorevoli al male pubblico) del Codice penale indiano.

L'amicus curiae è una persona non coinvolta nel caso, che in modo volontario offre informazioni alla corte, sotto forma di rapporto. L'ammissione di tale documento è poi a discrezione del tribunale. Secondo Ram Puniyani, scrittore e attivista per i diritti umani, il rapporto di Ramchandran dà una "interpretazione oggettiva e onesta dei risultati delle indagini". Nello specifico, spiega l'attivista ad AsiaNews, esso "coincide" con quanto provato negli anni "dal tribunale cittadino e da vari rapporti investigativi". Risultanze, spiega, "indebolite dallo Special Investigation Team (Sit)" e sfruttate a vantaggio del chief minister.

Grazie al rapporto del Sit, l'11 aprile scorso una corte indiana ha scagionato Modi da ogni accusa di coinvolgimento nei massacri del Gujarat, e prosciolto altri 58 co-accusati. In molti hanno criticato l'operato del Sit, denunciando vizi procedurali, tra cui testimoni mai ascoltati e registrazioni telefoniche non messe agli atti. Adesso invece, sottolinea Puniyani, "il documento dell'amicus curiae potrebbe ribaltare la sentenza, e dare nuova speranza alle vittime".

Il 27 febbraio del 2002 un gruppo di musulmani aggredì e diede fuoco al Sabarmati Express, a bordo del quale vi erano indù - soprattutto donne, bambini e anziani - di ritorno da un pellegrinaggio a Ayodhya. L'assalto, costato la vita di 58 persone, scatenò violenti disordini di matrice interreligiosa in tutto il Gujarat. La comunità islamica ha pagato il prezzo più alto: degli oltre 1.000 morti accertati, 790 erano musulmani e 254 indù. Almeno 253 persone sono state dichiarate disperse; 523 luoghi di culto, comprese tre chiese, sono state danneggiate; 27.901 indù e 7.651 musulmani sono stati arrestati. 

 

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