Shahbaz Bhatti, la “voce degli oppressi” e delle minoranze

Due sacerdoti ricordano la figura del ministro per le Minoranze pakistano. L’assassinio brutale di un uomo che si è battuto per la libertà religiosa e la dignità umana in Pakistan.

 Mumbai (AsiaNews) – “Sono ancora scioccato dal brutale assassinio di Shahbaz Bhatti. Era il grido dei senza voce e degli oppressi. La sua morte ha mostrato quanto inumana sia la società in cui il Pakistan vive”. È quanto riferisce per telefono ad AsiaNews p. James Channan OP, sacerdote domenicano e vice priore provinciale del monastero Ibn-e-Mariam a Lahore. A un giorno dall’esecuzione a sangue freddo del ministro per le Minoranze, il domenicano ricorda l’uomo che si è battuto per i diritti dei cristiani in Pakistan, e un amico fraterno. I due infatti si conoscevano da oltre 15 anni, quando il Ministro era stato ospitato nella casa generalizia dei domenicani a Lahore durante i suoi studi universitari.

“L’omicidio – spiega il sacerdote – dimostra che stiamo vivendo in una società inumana. Siamo circondati da estremisti e terroristi, gente che giustifica l’assassinio di altre persone in nome della religione”.

P. Channan, che dirige anche il Dominicans Peace Centre di Lahore, definisce Bhatti “un’anima inquieta che lottava per i diritti degli oppressi e delle minoranze”. In aperta opposizione contro l’uso e l’abuso della legge sulla blasfemia, il Ministro si è battuto fino alla fine per libertà religiosa in Pakistan. Insieme a Salman Taseer – governatore del Punjab, anch’egli ucciso dai fondamentalisti – aveva difeso la vita di Asia Bibi, la cristiana condannata a morte per blasfemia. La sua morte, conclude il sacerdote, è “una grande perdita per i cristiani in Pakistan”.

Anche p. Anbu, svd, segretario nazionale della Commissione indiana per l’ecumenismo, ha voluto esprimere il suo cordoglio e il suo dolore per l’assassinio di Shahbaz Bhatti. E sottolinea: “In soli due mesi il Paese ha perso un altro ministro che si batteva per garantire valori e giustizia alle minoranze. Oggi il Pakistan ha bisogno di persone sorrette da una forte volontà, di sostenitori della dignità umana”. Per il sacerdote, “il sangue dei martiri è il seme del cristianesimo”. Dunque la morte di Bhatti deve rappresentare un punto di partenza, essere “il seme della riconciliazione, del perdono e della pace. In Pakistan e negli altri Paesi”.

P. Anbu ribadisce che proprio in questo momento di dolore e sofferenza, la comunità cristiana deve asciugare le sue lacrime e continuare battersi contro ogni forma di violenza e fondamentalismo. “La pace – conclude – deve prevalere su tutto il resto”. (N.C.)

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