Nepal: i sopravvissuti, i problemi psicologici più dannosi del terremoto

A quasi un mese dal sisma la popolazione è sfiduciata e impaurita. Due milioni di nepalesi soffrono di sindrome post-traumatica mentre migliaia attendono ancora i soccorsi. Vicario apostolico: Una priorità la terapia psicologica e religiosa.

di Christopher Sharma

Kathmandu (AsiaNews) – Paragonati alle morti e alle devastazioni causati dal terremoto, “le perdite psicologiche nella popolazione possono essere ancora più gravi. Quasi tutti quelli che vivono nelle aree colpite sono impauriti e non vogliono più entrare in luoghi chiusi”. Sono le parole del vicario apostolico in Nepal, mons. Paul Simick, preoccupato delle difficoltà in cui versa la popolazione, ancora lontane dalla normalità.

“A quasi un mese dal terremoto – dice il prelato – non vedo la gente rassicurata e fiduciosa. Ci vorrà tempo per tornare alla normalità, ma la terapia psicologica e spirituale diventa urgente in questa situazione. Tutti i leader religiosi hanno un ruolo significativo e la Chiesa cattolica sta lavorando insieme alle organizzazioni per questo”.  

Secondo Saroj Ojiha, capo del dipartimento di Psichiatria del T.U. Teaching Hospital di Kathmandu, “le vittime di disastri naturali (soprattutto donne e bambini) soffrono di sindrome post-traumatica, depressione, problemi di ambientamento. Al presente almeno 2 milioni di nepalesi ne sono affetti”. “La mancanza di programmi d’azione – ha aggiunto –, l’insufficienza di equipaggiamenti e di organizzazione, le poche infrastrutture e l’impreparazione per un disastro di tale portata hanno causato ritardi nelle operazioni di soccorso e aggravato le conseguenze psicologiche dell’evento”.

A migliaia sono ancora bloccati in zone isolate dalle frane causate dal terremoto. “Queste persone – afferma Ojiha – aspettano ancora di essere salvate e avranno enormi problemi psichici, con scarse probabilità di recupero”.

Devi Prasad Pokhrel e la sua famiglia hanno perso tutto a causa del sisma: “Non sono riuscito a dormire e mangiare per giorni, perché temevo che il terremoto colpisse ancora – racconta l’uomo – . La mia mente è diversa da quel giorno. Ora ho bisogno di più tempo per pensare e prendere decisioni. Ancora adesso mi sento come se fossi scosso e nel panico”.

Richard Mollica, direttore dell’Harvard Center for Refugee Trauma, afferma che “le persone traumatizzate a livello mentale hanno vite più brevi e più difficili. Se non muori subito per la catastrofe, puoi morire 20 anni dopo di diabete o di ictus [causati dallo stress]”.

Il Nepal non ha un piano per affrontare il problema. Khagaraj Adhikari, ministro della Salute, ha detto: “Non abbiamo un piano preciso ancora ma stiamo lavorando per capire cosa fare. Come il Vicario apostolico ha sottolineato in modo corretto, parleremo presto coi leader religiosi per stendere dei programmi di collaborazione e sanare i problemi psicologici della popolazione. Potrebbe essere una buona idea. Al momento, però, siamo occupati nel lavoro di soccorso e di cura delle persone ferite nel corpo”.

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