'A Jaranwala centinaia di cristiani in fuga': il grido di dolore della diocesi di Faisalabad

La paura dopo gli assalti contro chiese e abitazioni dei cristiani per un'accusa inverosimile di blasfemia. Il messaggio del vescovo Rehmat dagli Stati Uniti dove si trovava in visita: "Preghiamo Dio per la pace e chiediamo giustizia al governo del Pakistan". Il vicario generale p. Tanvir: "Gli arresti e il divieto di assembramenti arrivano tardi, la polizia poteva prevenire le violenze. Si cambi subito la legge sulla blasfemia". Il presidente della Conferenza episcopale ha visitato le vittime. Domenica 20 una speciale Giornata di preghiera

di Shafique Khokhar

Faisalabad (AsiaNews) - “A Jaranwala più di 900 famiglie cristiane sono in fuga e si nascondono nei campi con donne, anziani e bambini per salvarsi la vita. Queste persone sono in preda al terrore e hanno bisogno di soccorso e protezione immediata”.

Parla dalla città sconvolta dalle violenze contro i cristiani per le false accuse di blasfemia p. Abid Tanvir, vicario generale della diocesi di Faisalabad: 21 le chiese assaltate di cui 3 appartenenti alla comunità cattolica. Accompagnate dalla sensazione chiara che i 150 arresti degli estremisti e l’applicazione dell’articolo 144 che vieta ogni raduno - disposti dalle autorità pachistane in seguito ai disordini - siano arrivati dopo colpevoli negligenze che avrebbero potuto evitare un bilancio così pesante. 

Proprio in questi giorni dolorosi il vescovo di Faisalabad, mons. Indrias Rehmat, si trova lontano dalla diocesi per alcuni incontri sulla situazione dei cristiani in Pakistan. Dagli Stati Uniti ha inviato un messaggio alla sua Chiesa esprimendo tristezza per quanto avvenuto a Jaranwala alla comunità cristiana, alle loro chiese e alle proprietà delle famiglie. “Condanniamo questa brutalità: preghiamo Dio per la pace e chiediamo giustizia al governo del Pakistan - scrive mons. Rehmat -. Allo stesso tempo ringraziamo tutte le persone che hanno cercato di raggiungere le vittime e hanno assicurato loro collaborazione e sostegno morale. Che il buon Dio ci dia il coraggio di affrontare queste difficoltà per la nostra fede”.
Ieri sul posto a portare conforto alle vittime delle violenze si è recato anche mons. Joseph Arsad, arcivescovo della diocesi di Rawalpindi-Islamabad e presidente della Conferenza episcopale pakistana, accompagnato dal vescovo di Multan, mons. Yousaf Sohan e da diversi sacerdoti. Per domenica 20 è stata indetta una speciale Giornata di preghiera in tutte le chiese cattoliche del Pakistan.

“Questo incidente appare chiaramente come un'enorme cospirazione contro la comunità cristiana - commenta p. Tanvir -. Serve un’indagine vera perché sia fatta giustizia. I musulmani accusano due cristiani di aver profanato il Corano e di aver scritto una nota blasfema. Entrambi sono analfabeti, lavorano come spazzini e operai: come possono aver scritto un biglietto del genere? E sarebbero così sciocchi da incollare la loro foto con quel biglietto? Questo non è possibile, sono solo vendette personali”.

Ora però a Jaranwala tutta la comunità cristiana deve fare i conti con le conseguenze. “Le nostre suore e i nostri sacerdoti presenti sul posto ci informano continuamente di queste persone che ora si trovano accampati senza cibo e acqua - continua il vicario generale della diocesi di Faisalabad -. È allarmante che persone innocenti debbano vivere una vita così miserabile a causa di un crimine che non hanno mai commesso”.

P. Abid racconta anche che l'incendio del Corano è stato registrato presso la stazione di polizia locale alle 7, mentre la folla si è radunata alle 8,30. “Perché - si chiede - in quell’ora e mezza la polizia non ha intrapreso alcuna azione per far fronte alla situazione? Perché hanno permesso alla gente di riunirsi per creare un tale caos? La polizia non ha nemmeno provato a indagare su come persone analfabete abbiano potuto scrivere una simile nota con le loro foto. Se avesse preso misure prima dell'incidente, le proprietà e i luoghi sacri avrebbero potuto essere salvati. Ma non hanno fatto nulla”.

La causa vera di tutto però - continua il vicario generale della diocesi di Faisalabad – resta la legge sulla blasfemia. “È ormai evidente che queste leggi sono spesso usate per vendette personali e per regolare i conti – commenta -. Purtroppo in Pakistan quando si sollevano accuse di blasfemia chiunque è libero di agire come pubblico ministero, giudice ed esecutore. Non possiamo permettere che tutto questo continui; l'impunità nei confronti della violenza contro le minoranze religiose deve finire. Questa legge ha tolto tante vite, non solo ai cristiani ma a persone di tutte le religioni che sono diventate vittime. Va cambiata subito”.

Intanto ora Jaranwala deve ripartire dalla solidarietà alle vittime. “Andiamo a sostenerle moralmente - esorta p. Tanvir - fornendo loro cibo, vestiti e altro. Dobbiamo stare con loro in questo momento cruciale e il governo dovrebbe fare ogni passo possibile per la loro riabilitazione. Centinaia di famiglie nascoste nei campi aspettano il nostro sostegno”.

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