Medici in Kashmir: "Operiamo, ma dobbiamo rimandare la gente al gelo delle montagne"

Il racconto di 4 medici volontari della Caritas olandese in servizio in Kashmir: "Le tende non sono riscaldate e dopo gli interventi non abbiamo modo di seguire gli operati".

di Verenia Keet

Mansehra (AsiaNews) – I sopravvissuti al terremoto dell'8 ottobre "hanno sempre più bisogno di aiuto medico", ma le condizioni atmosferiche e i pochi mezzi a disposizione dei volontari "rendono i soccorsi un'impresa disperata". Il giorno del terremoto il reparto chirurgico dell'ospedale di Mansehra ha ricoverato mille pazienti: il giorno dopo, 2 mila. "La cifra continua a crescere – dice un medico che lavora qui – ma non abbiamo i mezzi per trattare al meglio i casi che operiamo".

"Le condizione chirurgiche e mediche sono le peggiori che io abbia mai visto – dice il dr. Bastiaan Gerrits, anestesista volontario venuto qui dall'Olanda – ma i problemi tecnici non sono nulla di fronte alle necessità dei pazienti".

L'ospedale di Mansehra è divenuto il quartier generale delle operazioni di soccorso medico e qui è conosciuto semplicemente come Dhq. L'attuale reparto di chirurgia era nato per essere quello di maternità, ma dopo il sisma dell'8 ottobre è stato destinato ad ospitare le operazioni chirurgiche più urgenti.

Il chirurgo residente dell'ospedale, il dr. Shoaib, era stato nominato primario del reparto 2 mesi prima il terremoto. Il medico ha staccato dopo quasi 1 mese di lavoro ininterrotto grazie all'arrivo di 4 chirurghi volontari dall'Olanda, inviati da Cordaid, sezione olandese partner della Caritas. "Abbiamo effettuato 40 operazioni chirurgiche – dice il dr. Jansen, chirurgo plastico – solo nei primi 3 giorni". "Le operazioni – aggiunge il dr. Gerrits – sono di varia natura, dalle gambe rotte alle teste contuse".

"La paziente più giovane– racconta ancora – è stata una bambina di 6 mesi che abbiamo dovuto operare per una brutta lacerazione al cranio. La ferita non è stata curata in alcun modo nelle 3 settimane passate prima del suo ricovero. Quando è arrivata qui aveva solo una benda sporca e lacera intorno alla testa". "Ora – conclude – la bambina è in una tenda con la madre, appena fuori dall'ospedale, ma siamo preoccupati perché la temperatura continua a scendere e le tende non hanno riscaldamento di alcun tipo".

"Siamo molto limitati – sottolinea ancora – e non abbiamo neanche una sala dove poter ricoverare i pazienti più gravi per monitorare la convalescenza: l'ospedale non ha in alcun modo le possibilità per attrezzare una degenza pre o post operatoria".

La tendopoli all'esterno dell'edificio offre circa 500 posti letto, ma i problemi per i medici sono tanti. "Tutto quello che possiamo fare – dice ancora l'anestesista - è fare in modo che i pazienti siano al caldo prima di essere anestetizzati, ma dopo l'intervento siamo costretti a rimandarli fuori. Dopo un'operazione di chirurgia, non è assolutamente possibile rimandare al gelo i pazienti, ma non abbiamo alternative".

"La prima necessità post-operatoria – conclude - è quella di fare in modo che i pazienti si riposino dopo l'operazione in luoghi, se non asettici, almeno non troppo sporchi: le infezioni sono dappertutto e chi viene operato è molto più vulnerabile all'attacco dei germi". Purtroppo gli aiuti internazionali non arrivano e con i mezzi a disposizione "il numero delle vittime è destinato a salire".

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