Pakistan: minoranze religiose perseguitate ed emarginate

I non-musulmani sono emarginati dalla vita politica e sociale del paese. Nel '47 la Costituzione garantiva parità di diritti e doveri.

di Qaiser Felix

Islamabad (AsiaNews) – Le minoranze religiose sono "discriminate" e nel paese si respira "un'atmosfera di intolleranza religiosa", mentre i leader religiosi continuano l'opera di "islamizzazione". Lo denuncia l'annuale rapporto sulla libertà religiosa in Pakistan, da parte del governo USA, come anche molti gruppi e attivisti per i diritti umani all'interno del paese.

Gli attivisti denunciano "leggi religiose discriminatorie" e "un'atmosfera di intolleranza religiosa" contro i non-musulmani; il presidente Musharraf "condanna" le violenze settarie, ma i rimedi presi per far cessare gli scontri sono "fallimentari".

La storia recente del paese è segnata da conflitti locali perpetrati in nome della religione: da quando è entrata in vigore la Shari'ah (la legge islamica basata sui precetti del Corano, in vigore in Pakistan dal 1991) sono aumentate in misura esponenziale le violenze e gli abusi dei fondamentalisti islamici verso le minoranze. Nel 1997 oltre 30 mila estremisti islamici hanno attaccato un villaggio cristiano a Shanti Nagar (nel Punjab): essi hanno distrutto 1500 case, l'80% del villaggio è stato dato alle fiamme; 14 le chiese rase al suolo nel vicino Khanewal.

La discriminazione avviene anche in aspetti minori della vita quotidiana: in alcune zone del paese i ristoratori chiedono l'appartenenza religiosa prima di servire i clienti; un ristorante di Hafizabad (città nel distretto di Gujranwala) utilizza utensili e servizi igienici diversi per musulmani e non-musulmani.

Non è stato sempre così: dall'indipendenza ad oggi il Pakistan ha di fatto subito una crescente "islamizzazione". Nel 1947 Mohammad Ali Jinnah, padre fondatore del Pakistan, sancisce la parità dei diritti e dei doveri per i cittadini "senza distinzioni di razza, di casta, di sesso e di appartenenza religiosa". Egli garantisce la "libertà di culto", perché essa non dipende dagli "affari dello Stato", e promulga la Costituzione del paese in cui si afferma la nascita della "Repubblica del Pakistan". Ma qualche anno dopo, le sue direttive sono sconfessate dai leader politici e religiosi del paese.

Nel 1964 il generale Ayub Khan abroga la Costituzione, proclama la legge marziale e aggiunge il prefisso "Islamica" al nome dello Stato. I legislatori ribattezzano il paese "Repubblica Islamica del Pakistan", aggiungendo alla Costituzione precetti e direttive tratte dal Corano e dalla Sunnah.

Nove anni dopo l'islam diventa la religione di Stato, alcuni precetti e le leggi coraniche vengono applicate anche ai non-musulmani. Cristiani e Ahmadis (un gruppo religioso che si considera musulmano, ma che i musulmani ortodossi ritengono eretico) sono emarginati a livello politico, economico, sociale e culturale. L'attuale Costituzione prevede che presidente e premier siano entrambi musulmani; anche gli alti funzionari del paese devono giurare fedeltà "all'ideologia islamica".

I leader religiosi continuano l'opera di "islamizzazione", usando le Ordinanze Hudood (stabilite nel 1979 dal gen. Ziaul-Herq in collaborazione con i fondamentalisti religiosi, basate sul Corano e sulla Sunnah) la legge sulla blasfemia e altre normative per colpire i non-musulmani.

Con l'introduzione della Shari'ah, le conversioni dall'islam sono punite con la pena di morte; il sistema elettorale separato (SES) in vigore fino al 2002 ha favorito la discriminazione religiosa, impedendo la formazione di una vera democrazia. I matrimoni civili non esistono; essi sono validi solo se vengono celebrati secondo un rito religioso, ma qui sorgono i contrasti nei casi di conversione. Se un maschio si converte all'Islam, il precedente matrimonio rimane valido, ma se è la donna a convertirsi, il matrimonio celebrato secondo il rito della precedente religione è privo di valore. I figli di una donna convertita all'Islam sono "illegittimi" se il marito non si converte o la donna non si separa.

Il ministero per gli affari religiosi, creato a sostegno della libertà di religione, opera secondo il principio coranico "L'Islam è la sola religione accettabile agli occhi di Dio". Esso dice di usare il 30% del proprio budget per assistere le minoranze, ma le cifre vengono smentite dalla commissione nazionale Giustizia e Pace della conferenza dei vescovi pakistani: citando stime governative, essi affermano che il governo spende solo il 19% del budget mensile per le minoranze religiose.

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