Bruxelles (AsiaNews) - Se l’Europa non prenderà misure efficaci contro il terrorismo, corre il pericolo di “diventare un nuovo Pakistan”, una realtà in cui la situazione “sarà ancora più grave” e la violenza “più sanguinaria”. Nel Paese asiatico la popolazione “convive e, in qualche modo, ha fatto il callo agli attacchi”, mentre l’Occidente e la sua gente “non è preparato per questo”. È quanto afferma ad AsiaNews Paul Bhatti ex ministro federale per l'Armonia nazionale e leader di All Pakistan Minorities Alliance (Apma), in prima fila nella lotta contro l’estremismo e la barbarie fondamentalista in Pakistan.
Il leader cattolico, fratello dell’ex ministro Shahbaz massacrato dai fondamentalisti islamici il 2 marzo 2011, si dice “scioccato” dagli attacchi del 22 marzo a Bruxelles, nel cuore del continente e della sua Unione politica. “Con tutte le risorse militari e di intelligence - afferma - non mi capacito di come non siano riusciti a bloccarli”. L’Europa attraversa una grave “crisi economica e identitaria” e se si aggiunge “anche il pericolo terrorismo, si scatenerà il panico e la gente vivrà nel terrore. Servono risposte urgenti e dai massimi livelli”.
Paul Bhatti viaggia di frequente a Bruxelles, per incontrare politici e diplomatici, perorando la causa dei cristiani e delle minoranze in Pakistan oltre che una lotta a tutto campo contro estremismi e fanatismi di ogni genere e bandiera. “Ho appreso la notizia dell’attacco da un amico - racconta - che mi ha telefonato per sapere dove fossi e se stessi bene, sapendo che negli ultimi periodi ho trascorso diverso tempo nella capitale belga”. “Ho visto una città sempre più militarizzata - racconta il leader Apma - e un enorme apparato di sicurezza per le strade. Eppure resta il rammarico e lo stupore, perché non sono stati in grado di prevenire questo attacco anche se l’allerta era massima. In passato, a Londra e Madrid, non vi era questa attenzione, ma ora un attentato era nell’aria. Sono deluso per questo fallimento dell’intelligence”.
Egli ricorda l’arresto dei giorni scorsi di Salah Abdeslam, terrorista francese naturalizzato belga e responsabile degli attacchi di Parigi del 13 novembre, e spiega: “Una parte di me era felice per il fermo; tuttavia era triste vedere tutto un apparato statale, dal premier belga al collega francese, incollato alle tv a guardare l’operazione della cattura come fosse un grande spettacolo”.
Lo Stato islamico per Paul Bhatti è una minaccia reale “che ha saputo creare attorno a sé un sistema di finanziamento efficace” [si parla di fondi da Arabia Saudita, Qatar, aiuti anche logistici dalla Turchia] e ha centrato l’obiettivo di “generare terrore in tutto il mondo”. Del resto l’Isis, Boko Haram, i talebani, al Qaeda “sono facce diverse della stessa ideologia”; una deriva fondamentalista sfruttata per prima dalla rete del terrore di Bin Laden che, nata e cresciuta dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, ha saputo sfruttare un “crescente sentimento anti-americano e anti-occidentale” in Pakistan, “diffondendosi sempre più”.
I bombardamenti, gli attacchi dei droni, le vittime civili, i bambini, le donne e gli anziani uccisi hanno generato un desiderio di rivalsa, che il movimento estremista islamico ha saputo raccogliere e alimentare. “Il Pakistan - afferma Bhatti - è il Paese che ha pagato il tributo maggiore in termini di violenze, non solo fra i civili ma anche nella leadership politica e istituzionale. Shabhaz, il governatore del Punjab Salman Taseer, l’ex premier Benazir Bhutto. E poi, la strage alla scuola militare a Peshawar in cui sono morti 140 bambini”.
In Pakistan come in Europa, fa “piangere il cuore vedere questi morti e feriti”. “Ho pensato alla lotta di mio fratello - afferma Paul Bhatti - la lotta per la giustizia sociale, contro la ‘talebanizzazione’ del Paese, perché uno Stato non può tollerare il lavaggio del cervello ai bambini, violentati nella mente e nello spirito dalla più tenera età”.
Per contrastare questa deriva fondamentalista, anche e soprattutto in Europa, serve una classe di politici, diplomatici, statisti “preparata e capace di relazionarsi” con chi - governi, enti, elementi dello Stato - gioca una doppia partita “con i gruppi jihadisti: condannandoli da un lato, corteggiandoli dall’altro”. “Purtroppo qui in Occidente - chiosa - manca una vera classe politica e diplomatica che sappia conoscere a fondo questo tipo di cultura”.
Da ultimo, il leader cattolico invita a non fomentare attacchi contro islam e immigrati. “Non sono d’accordo - afferma - con la chiusura delle frontiere, però va effettuata una verifica seria dei richiedenti asilo. Non bisogna lasciarsi ingannare dal ricatto morale del bambino morto sulla spiaggia, delle vittime fra i minori, che rappresentano certo un dramma. Tante volte i terroristi sfruttano queste vicende per superare confini e frontiere”. E non è vero che i profughi musulmani siano cattivi e i cristiani i buoni, e da accogliere: “Bisogna fare attenzione - conclude - e affrontate la questione da un punto di vista politico, economico e sociale. Contrastando quanti favoriscono immigrazione clandestina e tratta di vite umane, sulla quale hanno costruito imperi economici”.










