Sargodha: è morto Nazir Masih, cristiano linciato per false accuse di blasfemia

L’assalto della folla il 25 maggio, incendiate anche la casa e l’attività commerciale. Il resto della famiglia era scampato per miracolo all’assalto. Polemiche (e dubbi) sull’annuncio del decesso, il governo avrebbe nascosto la morte per evitare la condanna internazionale. Attivisti accusano: esecutivo e autorità conoscono - e coprono - i gruppi che sfruttano la legge per compiere massacri.

di Shafique Khokhar

Sargodha (AsiaNews) - È morto questa mattina in ospedale a causa delle gravissime ferite riportate nell’assalto di una folla inferocita, che lo ha attaccato in seguito a una falsa accusa di blasfemia, il 72enne cristiano Nazir Masih, ennesima vittima di una norma usata per colpire innocenti o dirimere questioni personali. I fatti risalgono al 25 maggio scorso a Sargodha, capoluogo dell’omonimo distretto, nella Mujahid Colony (Punjab), quando un gruppi di persone ha torturato l’anziano, incendiando la sua casa e l’attività commerciale. Gli assalitori hanno anche cercato di picchiare il figlio Sultan Gill e i famigliari, che sono fuggiti scampando alle violenze. 

Intanto montano polemiche anche sulle circostanze - e i tempi - del decesso: la dichiarazione ufficiale risale infatti alla giornata di oggi, ma alcune fonti affermano che è spirato il giorno stesso della brutale aggressione per le ferite riportate, ma dal governo sarebbe arrivata l’indicazione di mantenerlo in vita con il respiratore artificiale per evitare il biasimo internazionale. Al contempo la comunità cristiana chiede di punire severamente le 45 persone identificate fra i responsabili del linciaggio di Nazir Masih, del rogo della casa e della fabbrica.

L’attivista Anee Muskan, scrittrice e presidente di Chosen Generation, riferisce ad AsiaNews che la morte dell’anziano cristiano “non è avvenuta solo per mano della folla” ma è anche collegata al “silenzio assordante di una intera nazione”. “Ognuno di noi - sottolinea - ha la responsabilità di aver permesso per anni il verificarsi di simili atrocità”. Le fa eco Naveed Walter, presidente di Human Rights Focus Pakistan (Hrfp), secondo cui lo Stato dovrebbe garantire “la protezione delle minoranze e assicurare azioni contro tutti i personaggi coinvolti in tali violazioni” per evitare “ulteriori pericoli in futuro”. Egli ricorda come i gruppi ed estremisti islamici autori di queste violenze siano ben noti al governo e alle varie istituzioni dello Stato, e quali sono le ragioni che li spingono ad agire. “Alcuni rapporti recenti - afferma - hanno rivelato che sono state registrate molte denunce per blasfemia [usata come arma e pretesto per colpire] contro cristiani da parte degli stessi uomini e gruppi, ma non è stata intrapresa alcuna azione contro di loro” da parte delle autorità. 

Commentando la morte p. Khalid Mukhtar esorta la comunità cristiana a restare unita per “ottenere i propri diritti”, perché “non possiamo portare alcun cambiamento positivo” divisi. Il sacerdote pakistano ricorda come gli assalitori abbiano persino “preso a sassate l’ambulanza che stava trasportando Nazir Masih in ospedale”. Da qui la sorta di ultimatum: “Do 10 giorni di tempo a questo governo per cancellare l’accusa di blasfemia contro Nazir Masih (nella foto) e la sua famiglia, altrimenti - avverte - ci opporremo uniti a questa brutalità. Che Paese è questo, dove non possiamo ottenere giustizia nemmeno dopo aver perso le nostre vite e i nostri beni. Siamo molto addolorati; chiediamo - conclude - solo pace e giustizia”.

Interpellato da AsiaNews Ata-ur-Rehman Saman, attivista pro diritti umani e coordinatore della Commissione nazionale di Giustizia e pace della Chiesa pakistana (Ncjp), sottolinea: “Stamane quando è arrivata la notizia della morte di Nazir Masih, vittima della violenza della folla il 25 maggio e deceduto per le ferite riportate, mi è tornata alla mente la figura di Jogindar Nath Mandal, primo ministro della Giustizia e parte della leadership che ha creato il Pakistan”. Nell’ottobre 1950, prosegue l’attivista cristiano, egli si è dimesso dal dicastero “dopo gli episodi di uccisioni di indù e di conversione forzata di indù” nel Pakistan orientale. “Le circostanze - avverte - sono le stesse anche oggi: l’amministrazione e lo Stato non sono inclini ad affrontare la questione. Questo atteggiamento è la continuazione del comportamento del primo ministro Liaqat Ali Khan” e di un esecutivo che non vuole affrontare la questione. Jongindar Nath Mandal ha avuto la fortuna di poter lasciare il Pakistan per vivere il resto della sua vita, noi - conclude - non abbiamo alcuna possibilità di vivere e dobbiamo morire per il resto della nostra vita”. 

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