Sargodha, l’appello di una madre: ridatemi mio figlio, rapito e convertito all’islam

Il 14enne Shamraiz Masih è stato circuito e rapito da alcune persone. La madre Rehana Imran ha cercato di denunciare alla polizia, ma gli agenti hanno mostrato solo “apatia e disinteresse”. In tribunale i giudici hanno confermato l’affido a lontani parenti musulmani da tempo. Attivisti confermano: “Questo non è un caso isolato”.

di Shafique Khokhar

Lahore (AsiaNews) - In un’aula affollata dell’Alta Corte di Lahore il 20 agosto scorso un minore di soli 14 anni, Shamraiz Masih (nella foto), è stato scortato nella stanza circondato da estranei. La madre Rehana Imran aveva aspettato diversi giorni questo momento, sperando di poter abbracciare finalmente suo figlio. Al contrario, tutte le persone accorse per sostenere la donna hanno assistito incredule alla scena dei giudici che affidavano il giovane alle cure di parenti estranei alla vicenda, che mai prima d’ora si erano occupati di lui, ma anni prima si erano convertiti all’islam. E questo elemento avrebbe fatto la differenza per il tribunale.

Per Rehana Bibi, vedova e madre di tre figli, non è stata solo una battuta d’arresto sotto il profilo legale e giuridico, ma una conferma devastante di ciò che aveva sempre temuto: il sistema l’aveva delusa, fallendo nel compito di fornirle tutela e protezione, mentre il figlio si stava allontanando sempre più lontano dal calore materno, all’ombra di una nuova vicenda di conversione forzata.

La storia di Shamraiz è iniziata nel luglio scorso quando è scomparso dalla sua casa a Sargodha, città della provincia del Punjab.

Figlio di una povera vedova cristiana, il giovane stava lavorando in una locale officina di riparazione di motociclette per contribuire al mantenimento della famiglia. Sfruttandone la vulnerabilità, il datore di lavoro e altri hanno iniziato ad attrarlo con promesse di denaro e una vita migliore, mentre lo spingevano a convertirsi alla fede musulmana. Poco dopo, Shamraiz scompare da casa. La sua famiglia ha presentato una denuncia, ma invece di recuperare il bambino e garantire la sua protezione, la polizia e il sistema giudiziario hanno difeso e avallato le azioni dei rapitori. La sua famiglia ha avviato indagini nel quartiere, raggiunto gli amici e alla fine si è rivolta alla polizia, ma alla richiesta di aiuto hanno incontrato solo apatia e disinteresse.

Molte ore dopo, i membri della comunità hanno informato la famiglia che Shamraiz era sotto la custodia di alcuni influenti individui musulmani della zona ed era stato costretto con tutta probabilità a convertirsi all’islam. Per Rehana, sua madre, è stato l’inizio di un incubo che non è finito ancora oggi. “È il mio amato figlio, non riesce nemmeno a decidere da solo quale religione seguire. Me l’hanno rubato e ora - afferma Rehana - stanno cercando di stravolgerne l’identità”.

Dalla scomparsa di Shamraiz, la modesta casa di famiglia si è trasformata in una porta girevole di visitatori: giornalisti, attivisti, estranei che offrono aiuto. Ma quasi nessuno è rimasto abbastanza a lungo da fare la differenza. La frustrazione dei parenti è aggravata dalla loro esperienza con la polizia. Secondo Iqbal Masih, un rispettato anziano della comunità cristiana di Sargodha e uno stretto sostenitore della famiglia, l’ufficiale della caserma locale (Sho) ha fatto una dichiarazione “agghiacciante” quando gli è stato chiesto di cercare Shamraiz. Il funzionario ha risposto a Masih: “Possiamo riportare indietro il ragazzo, ma rimarrà musulmano. Se gli succede qualcosa, la tua famiglia sarà responsabile.” Iqbal ha quindi proseguito dicendo di avergli ricordato “chiaramente” che la volontà della famiglia è che “Shamraiz torni come nostro figlio cristiano. A decidere la sua fede non può essere certo la polizia”.

Commentando la vicenda Azhar S Malik, presidente di Edge Foundations, organizzazione che sta fornendo assistenza legale e non ai familiari, spiega: “A 14 anni, Shamraiz è legalmente minorenne. Secondo la legge pakistana, i minori non possono prendere decisioni vincolanti sulla religione o sulla custodia. Il diritto internazionale, in particolare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (Crc), che il Pakistan ha ratificato, sottolinea anche i ‘migliori interessi del bambino’, che non devono essere confusi con le espressioni di volontà forzate. Questo non è un caso isolato. Ogni anno, dozzine di bambini cristiani e indù, alcuni di 12 o 13 anni, vengono rapiti, convertiti con la forza e messi in situazioni - conclude l’esperto - che li derubano, privandoli, della loro infanzia, della loro identità e delle loro famiglie”. Tuttavia, per Rehana la questione non riguarda il sistema o il diritto, ma assume i contorni di una vicenda strettamente persone. E i suoi occhi si gonfiano di lacrime quando sussurra con un filo di voce: “Il tribunale mi ha portato via mio figlio. Ma è ancora mio figlio. Non smetterò di combattere” per il suo ritorno a casa. 

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