Il governo progetta “villaggi” per i 200mila rifugiati del Vanni

Sono costruiti nei pressi di Mannar e Vavunya e dotati di scuole, banche, uffici postali e centri sanitari. Secondo fonti governative i profughi vi rimarranno almeno per tre anni. Sono sistemazioni temporanee in attesa che l’esercito bonifichi le aree interessate dal conflitto.

di Melani Manel Perera

Colombo (AsiaNews) - Il governo di Colombo sta costruendo cinque villaggi (welfare village) dotati di strutture semi-permanenti destinate ad ospitare i 200mila rifugiati del Vanni. Si tratta di veri e propri paesi nei pressi di Vavunya e Mannar con abitazioni, scuole, banche, uffici postali, centri sanitari. Fonti governative affermano che i villaggi sono destinati ad ospitare i rifugiati per i prossimi tre anni. Ma organizzazioni umanitarie esprimono molti dubbi.

Basil Rajapaksa, consigliere del presidente e responsabile del re-insediamento dei profughi della guerra, afferma che il tempo di permanenza nei cinque villaggi non è fissato e che il ritorno degli sfollati alle loro case avverrà in tempi molto più brevi. “Abbiamo in programma di iniziare il re-insediamenti a Mannar e Vavuniya per aprile. Il nostro piano è di concluderne almeno l’80% entro la fine dell’anno”.

La creazione dei villaggi è parte del programma governativo denominato “Urgent Relief Programme for the People of Wanni”. Dovrebbero servire come sistemazione temporanea in attesa che l’esercito completi l’opera di bonifica delle aree sottratta al controllo delle Tigri tamil. Nonostante le affermazioni di B. Rajapaksa gli operatori dei campi che ospitano gli Internally Displaced People (Idp’) manifestano forti perplessità sul progetto e temono che i rifugiati siano destinati a rimanere nei villaggi molto più di quanto pensi Rajapaksa e anche oltre i tre anni dichiarati dalle altre fonti governative.

Sarath Fernando, attivista per i diritti umani e capo del Movement of National Land & Agriculture Research (Monlar), afferma ad AsiaNews: “Le esperienze della sistemazione degli sfollati, vittime di disastri passati, mostra che si dovrebbe essere molto cauti davanti ai progetti del governo per risolvere il problema dei rifugiati di guerra”. Fernando ricorda il caso delle vittime dello tsunami ai quali era stato promesso che “avrebbero potuto tornare in possesso delle loro case entro sei mesi. L’Arugambai Bridge, che era solo un’attrazione turistica, è stato ricostruito con un grande investimento di capitali e ha ottenuto la massima priorità”, le case degli sfollati sono venute dopo e ancora oggi c’è chi vive in sistemazioni provvisorie.

Fernando lamenta che il governo intende risolvere il problema dei rifugiati senza coinvolgerli. Per il responsabile del Monlar “è necessario distinguere tra militanti delle Tigri e semplici civili che hanno sofferto la guerra”. Per mettere in atto un programma di ricostruzione e riabilitazione che affronti i problemi della popolazione nel modo migliore “è meglio consultare le vittime ed il loro punto di vista”. Anche in questo caso Fernando cita il caso dello tsunami dove i responsabili della Task Force for Rebuilding the Nation (Tafren) vennero scelti per lo più tra rappresentanti del mondo economico e del turismo. “L’esperienza ci insegna che le vittime di precedenti disastri non hanno ricevuto sufficiente attenzione e sono rimaste a lungo vittime. È importante che le persone che hanno sofferto così a lungo non rimangano ancora per tanto tempo in questa condizione”.

 

 

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