La società civile al governo dello Sri Lanka: accettiamo e diffondiamo il rapporto Onu

Le accuse sono una “questione nazionale” e una “lezione da cui imparare”. Leader cristiani, attivisti per i diritti umani e gente comune criticano l’ostruzionismo di Colombo, che non pubblicando il rapporto in singalese e tamil lascia all’oscuro una larga fetta della popolazione.

di Melani Manel Perera

Colombo (AsiaNews) – I membri della società civile in Sri Lanka sostengono il rapporto Onu sui possibili crimini di guerra commessi dal governo e dai ribelli tamil, e ne chiedono la diffusione anche in singalese e tamil. Secondo attivisti per i diritti umani, le accuse contenute nella relazione sono una “questione di Stato”; per un sacerdote cattolico si tratta di una “lezione da cui imparare”. L’organizzazione umanitaria “Piattaforma per la libertà” (Pff) ha criticato il comportamento del governo nel corso dell’incontro “Sfide e opportunità per la società civile in Sri Lanka”, tenutosi lo scorso 7 maggio nell’auditorium della Caritas Sri Lanka – Sedek. Colombo ha esercitato forti pressioni per evitare la pubblicazione del rapporto Onu, negando ogni accusa e definendo il documento “inappropriato” e “dannoso” per il processo di riconciliazione post conflitto.

P. Reid Shelton Fernando, cattolico e analista politico, ha definito una “grave debolezza” l’assenza di traduzioni in singalese e tamil del rapporto Onu. E ha sottolineato: “La relazione è basata non su congettura, ma sulle testimonianze dirette delle vittime di questo Paese: per questo non possiamo chiudere gli occhi davanti alle accuse”.

“Noi, come ‘Piattaforma per la libertà’, accogliamo il rapporto Onu sui crimini di guerra in Sri Lanka perché stiamo lavorando per stabilire una società giusta. Questo è un Paese pluralista e il governo dovrebbe considerare le accuse una questione di Stato”, ha affermato Nimalka Fernando, un’attivista per i diritti umani.

Come illustrato dal procuratore Sudarshana Gunawardana, tra i crimini commessi dal governo ci sarebbero il bombardamento sistematico delle aree dichiarate ‘no-fire zone’, che ospitavano rifugi per i civili e ospedali, il confino dei sopravvissuti in campi di prigionia e il rifiuto a mandare risorse mediche e alimentari di base. Circa i crimini commessi dai ribelli tamil (Liberation Tiger of Tamil Eelam - Ltte), il rapporto Onu riferisce di civili usati come scudi umani, persone giustiziate perché avevano tentato la fuga e il reclutamento forzato di bambini.

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