Onu: 163mila tamil ancora rinchiusi nei campi profughi

Il sottosegretario Onu John Holmes visita Jaffna, Kilinochchi, Mullaitivu e Vavuniya. Il reinserimento dei profughi prosegue a rilento e anche chi è tornato a casa vive senza servizi di base e gli aiuti necessari per riprendere una vita normale. Domani l’incontro con il presidente Rajapaksa.

di Melani Manel Perera

Colombo (AsiaNews) – Sono ancora 163mila i tamil rifugiati di guerra, costretti a vivere nei campi profughi nel nord dello Sri Lanka. È quanto afferma il rapporto dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) diffuso in occasione della visita nell’isola di John Holmes (foto), sottosegretario generale per gli affari umanitari al Palazzo di vetro .


Holmes sta compiendo una ricognizione di tre giorni nei campi profughi di Jaffna, Kilinochchi, Mullaitivu e Vavuniya. Egli vuole verificare le condizioni dei rifugiati, i progressi nel reinsediamento nelle terre di origine e l’avanzamento dell’opera di sminamento nelle zone un tempo occupate dalle Tigri tamil.

Holmes è alla sua quarta visita in Sri Lanka dopo la fine del conflitto. Il 17 novembre ha visitato le Internally displaced Persons (IDPs) nell’area di Jaffna constatando le condizioni drammatiche e la mancanza di ogni libertà di movimento per i rifugiati ancora ospiti nei campi profughi. Egli ha anche rilevato che i 60mila IDPs ritornati nelle loro terre di origine continuano a soffrire problemi simili a quelli patiti nei campi: disgregazione dei nuclei familiari, mancanza dei servizi di base e degli aiuti necessari per la ripresa di una vita normale.

 Oggi il rappresentante Onu è atteso nella zona di Vavuniya per altri sopralluoghi . Tornando a Colombo egli ha in programma un incontro con il Ministro degli esteri Rohitha Bogollagama. Il 19 novembre è invece previsto il colloquio con il presidente Mahinda Rajapaksa.

 

Il governo di Colombo ha garantito il completo reinsediamento dei profughi entro la fine di gennaio. Associazioni della società civile locale ed organizzazioni umanitarie internazionali lamentano continui ritardi e accusano le autorità dello Sri Lanka di lasciare i campi profughi in condizioni drammatiche con i rifugiati esposti a epidemie e ai rischi portati dalla stagione dei monsoni.

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