Pescatori dello Sri Lanka: vittime dello tsunami e delle autorità locali

In un incontro organizzato la scorsa settimana dal National Fisheries Solidarity, i pescatori del Paese hanno parlato alla Commissione per la pesca della loro difficile situazione. Le autorità locali non li hanno aiutati dopo lo tsunami e non li aiutano. Nel tentativo infatti di creare una fiorente industria del turismo, vendono i terreni costieri dove sorgono le case ancora distrutte di questa povera gente.

di Melani Manel Perera

Kalutara (AsiaNews) –  I pescatori dello Sri Lanka si sentono doppiamente vittime, prima dello tsunami e poi delle scelte "turistiche" delle autorità locali. In un incontro organizzato la scorsa settimana dal National Fisheries Solidarity (Nafso) hanno manifestato alla Commissione per la pesca tutta la loro rabbia per la difficile condizione in cui sono stati lasciati e hanno chiesto un intervento.  Al tempio Gangarama di Kalutara, dove si è svolto il meeting, erano presenti 80 pescatori.

K.A. Karunaratne, un pescatore di 62 anni del nord di Kalutara, ha così detto “Lo tsunami è arrivato improvvisamente, ha distrutto la nostra vita, ciò che possedevamo. Poi come è arrivato se ne è andato. Ma tutti noi siamo due volte vittime, prima dello tsunami poi delle autorità locali che si sono solo preoccupate di cacciarci dalla spiaggia”. “E’ davvero difficile e costoso – prosegue il pescatore - raggiungere ogni giorno il mare da dove abitiamo ora. Nelle nostre case sulla spiaggia, distrutte dallo tsunami, potevamo riporre l’attrezzatura che utilizziamo per pescare, ma ora per tenere tutte queste cose dobbiamo chiedere l’autorizzazione alla segreteria generale del consiglio provinciale. Che norma è? Dover chiedere l’autorizzazione al governo significa non avere il diritto di entrare nelle nostre case. Sappiamo che il governo vuole creare qui un’industria del turismo e vendere le terre costiere a investitori locali e stranieri. Anche noi vogliamo che il turismo si sviluppi, ma prima il governo deve pensare a noi. Vivevamo bene prima dello tsunami. Ora siamo mendicanti”.

Il coordinatore Nafso di Kalutara, il giovane Dillan Lalin, ha raccontato ad AsiaNews che in un’indagine condotta di recente sono emerse tre questioni importanti. Una di queste riguarda il progetto per vendere i terreni costieri a uomini d’affari locali e stranieri e il tentativo di creare un’industria del turismo su larga scala. “Per fare ciò - spiega Lalin - i pescatori colpiti dallo tsunami non sono stati aiutati e sono stati spostati in luoghi dove non potevano tenere il loro equipaggiamento per la pesca. La loro libertà è stata limitata”.

Alcuni pescatori, a cui la Chiesa ha dato una casa, inoltre, non hanno ricevuto dalle autorità locali i 2.550 dollari di risarcimento. Matilda Silva, 59 anni, ha raccontato “non abbiamo ricevuto alcun risarcimento perché padre Ivan Peters, il nostro parroco di Payagala, ci ha donato una casa. Ci sono circa 80 case, alcune delle quali non ancora terminate e senza elettricità. Con il risarcimento che ci spetta potremmo completare queste abitazioni. Corrompendo gli ufficiali tecnici e il Grama Sevaka (il governo del villaggio), potremmo avere il nostro denaro. Ma perché dovremmo arrivare a ciò?”

“Chiediamo poco – dice ad AsiaNews una giovane madre di Wadduwa, Rasika Thilangani - a mio marito serve solo una bicicletta, un contenitore dove riporre il pesce, una bilancia, qualche coltello e un po’ di denaro. Tutte cose che abbiamo perso con lo tsunami”.

“A causa della politica discriminatoria e inumana delle autorità locali -  ha detto alla commissione Ranjith Bollonne, pescatore di Wadduwa - non abbiamo ricevuto alcun aiuto dopo lo tsunami. Elemosiniamo per vivere. Abbiamo bisogno di autorità efficienti e ben informate sulla pesca, che salvaguardino i pescatori e la loro attività. Dobbiamo protestare contro l’industria del turismo e contro la pesca illegale, poiché alla generazione futura non resterà altro che il mare”.

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