Sri Lanka, attivista tamil minacciato di morte: difende le famiglie dei "dispersi"

Da mesi Sunesh riceve telefonate da uno sconosciuto, che gli intima di lasciare il suo lavoro, o la sua testa "verrà appesa in mezzo alla strada". Inutili le denunce alla polizia: gli agenti hanno scoperto l'identità del chiamante, ma hanno invitato l'attivista a trovarlo da solo. Anche la moglie è stata seguita e ha trovato rifugio dal fratello. "Non voglio fermare le mie attività, ma cerco protezione. Temo per me e la mia famiglia".

di Melani Manel Perera

Colombo (AsiaNews) - "Se vuoi rivedere i tuoi figli, dovrai smetterla di fare il tuo lavoro. Altrimenti, la tua testa verrà appesa in mezzo alla strada. Questo non è un avvertimento". Si tratta di una delle tante minacce di morte ricevute da Anthirai Jude Basil Sosai, attivista tamil per i diritti umani. Da mesi quest'uomo - conosciuto con il nome Sunesh - riceve telefonate minatorie da uno sconosciuto, che gli intima di "smettere di dare problemi" se vuole sopravvivere. "Voglio portare avanti il mio lavoro - racconta ad AsiaNews - ma non  mi sento sicuro in Sri Lanka. Ho bisogno di protezione".

Sunesh ha 33 anni, una moglie e due figli. "La mia famiglia ed io siamo tamil - spiega - una minoranza che in Sri Lanka è stata spesso discriminata ed emarginata. Lavoro con il Mannar District Fisheries Solidarity, un progetto del National Fisheries Solidarity Movement (Nafso). Mi occupo di sfollati interni (Internally Displaced People - Idp), famiglie di persone scomparse e piccoli pescatori". Dal 2010, quando ha iniziato a lavorare con Nafso, è diventato uno dei membri più attivi nell'organizzazione di manifestazioni pacifiche, campagne e scioperi della fame. Tuttavia, sottolinea, "come conseguenza del mio attivismo sono entrato nel mirino del Criminal Investigation Department (Cid), esercito e polizia".

Secondo Sunesh, proprio le proteste da lui organizzate potrebbero essergli costate le minacce ricevute. Le prime sono arrivate il 6 giugno scorso: lo sconosciuto gli disse di essere fuori dalla sua casa, intimandogli di uscire e minacciandolo. Lui resistette e due giorni dopo andò dalla polizia per denunciare l'accaduto: attraverso il numero di telefono, gli agenti risalirono all'identità del chiamante, ma poi dissero all'attivista: "Hai nome e codice identificativo, puoi trovarlo da solo".

Diversi mesi più tardi, la notte del 21 novembre, l'attivista per i diritti umani ha ricevuto una nuova chiamata sul cellulare da quello stesso numero. "Mi trovavo a Negombo - ricorda - dove avevamo organizzato il World Fisheries Days. Ho risposto al telefono e lo sconosciuto mi ha parlato in un tamil stentato. Ha detto di essere fuori da casa mia e di uscire fuori". Di fronte alle resistenze di Sunesh, l'uomo ha iniziato a parlare un fluente singalese, lingua parlata dalla maggioranza della popolazione. "Lui continuava a insistere - racconta Sunesh - e io gli ho detto che se avesse continuato a minacciarmi, avrei reso pubblica la nostra conversazione. Mi ha risposto: 'Puoi parlare con chi ti pare. Avremmo dovuto sequestrarti prima, ma non l'abbiamo fatto, ed è stato un errore'".

Dopo questa seconda telefonata, Sunesh è tornato dalla polizia per denunciare il fatto. Due poliziotti sono andati a casa sua e hanno interrogato la moglie. La donna ha raccontato di essere stata seguita da alcune persone e di avere paura, ma nessuno ha fatto niente. "Per sicurezza - spiega - le ho detto di trasferirsi in modo temporaneo da suo fratello, insieme ai bambini. Io sono ancora a Negombo. Gli altri membri di Nafso, insieme ad altre ong, hanno organizzato una marcia silenziosa in mio onore. Ma ora io e la mia famiglia viviamo con una paura costante".

 

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