Sri Lanka, religioni unite contro le violenze nel nord-est

In un sit-in di protesta, indù, cristiani e musulmani hanno chiesto all'Onu di rompere il silenzio e prendere misure per proteggere la vita dei civili. Accuse contro lo stato d'emergenza in atto nel nord-est del Paese.

di Danielle Vella

Colombo (AsiaNews) – Rappresentanti di diverse fedi nel nord dello Sri Lanka hanno espresso "orrore" e "ripugnanza" per la recente escalation di violenze indiscriminate avvenute nel quadro degli scontri tra ribelli e governativi. I religiosi hanno chiesto al Segretario generale Onu di prendere misure per garantire protezione ai civili visto che almeno sulla carta è ancora in vigore un cessate-il-fuoco.

Sacerdoti cattolici e suore si sono uniti a indù, musulmani, anglicani e membri della Chiesa metodista dell'India del sud in un sit-in di protesta: il 17 maggio scorso i manifestanti sono rimasti in silenzio dalle 8.30 del mattino fino alle 2 del pomeriggio davanti all'ufficio dell'Agenzia Onu per i rifugiati (Unchr) a Kilinochchi, nel nord.

I 77 partecipanti, di cui almeno 22 preti cattolici e 12 religiose, hanno firmato un memorandum per il Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, consegnato poi a Marin Din Kajdomchaj, capo dell'Unchr a Kilinochchi.

"Esprimiamo con la più grande preoccupazione i nostri orrore e ripugnanza riguardo gli ultimi assassini di innocenti in Sri Lanka, in particolare nelle province del nord-est – si legge nel memorandum – e ripetiamo di innocenti, cioè donne, bambini, anziani".

Ricordando omicidi, bombe e rapimenti, i leader religiosi denunciano le regole dello stato d'emergenza in atto in quelle zone, da quando ad agosto scorso è stato ucciso il ministro degli Esteri, Lakshman Kadirgamar. Lo stato d'emergenza, rinnovato ogni mese, investe l'esercito e la polizia di ampi poteri, tra cui la possibilità di detenere sospetti fino a un anno. "Siamo addolorati che queste violenze avvengano persino durante lo stato d'emergenza, o potremmo dire, sotto la copertura delle regolamentazioni d'emergenza. Sembra che l'attuale stato d'emergenza venga usato per ingaggiare intollerabili e umilianti atrocità contro i civili".

I rappresentanti religiosi hanno usato parole dure contro agenzie locali e straniere e le istituzioni presenti nelle zone di guerra, che accusano di mantenere "un silenzio auto-protettivo e ben vigilato" invece di "rispettare il loro dovere morale testimoniare la verità e i fatti".

E rivolgendosi ad Annan: "Ci appelliamo in modo sincero a Lei e a tutti i membri dell'Onu…affinché vengano intraprese azioni significative ed efficaci per assicurare che le vite di civili innocenti siano rispettate e protette".

Intanto la situazione nel Paese peggiora di giorno in giorno: solo nel mese scorso sono state uccise più di 200 persone. Gli osservatori internazionali della tregua tra Colombo e Tigri tamil hanno annunciato che rimarranno nel Paese, ma ammettono che al momento non monitorano più un cessate-il-fuoco, ma assistono ad una guerra.

Secondo gli osservatori entrambe le parti hanno violato la tregua siglata nel 2002 per mettere fine  a 20 anni di guerra civile. Presumibilmente i separatisti delle Liberation Tigers of Tamil Eelam (Ltte) attaccano le forze governative e i civili subiscono gli effetti delle rappresaglie dell'esercito.

Uno degli ultimi incidenti - il 13 maggio - ha causato il massacro di 13 persone, tra cui un bambino di quattro mesi e un altro di quattro anni, sull'isoletta di Kayts, a largo di Jaffna. Amnesty International sostiene – basandosi su informazioni ritenute fondate – che sul luogo dell'attacco fossero presenti uomini della Marina dello Sri Lanka e squadre armate affiliate all'Eelam People's Democratic Party, un partito politico tamil avverso all'Ltte.

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