Arresti e sequestri, ma la Marcia verso il Tibet continua

Nonostante la dura opposizione del governo indiano, i marciatori sono decisi ad andare avanti. In Tibet, intanto, la situazione continua a peggiorare.

di Nirmala Carvalho

Dharamsala (AsiaNews) – Nonostante le requisizioni e gli arresti operati dalla polizia indiana, la “Marcia di ritorno in Tibet” non ha alcuna intenzione di fermarsi. Lo conferma ad AsiaNews Sherab Woeser, uno dei coordinatori e promotori dell’iniziativa, che definisce “un’aggressione” il comportamento degli agenti indiani.

Lo scorso 27 maggio, infatti, le autorità dello Stato settentrionale dell’Uttaranchal hanno fermato i cinque leader delle Organizzazioni non governative che guidavano i marciatori verso il Tibet e li hanno chiusi nella prigione di Haldwani. Inoltre, cinque stranieri che partecipavano alla Marcia sono stati espulsi dal Paese “per aver preso parte ad un’attività religiosa”. Infine, gli agenti hanno sequestrato i camion che contenevano i viveri per i marciatori.

Karma Sichoe, membro della Commissione organizzatrice (la stessa che organizzò lo sciopero della fame del 1989, concluso con la morte del monaco Thupten Ngodup), dice: “Noi marciamo in pace per sostenere i nostri fratelli sotto il dominio cinese. A meno di tre mesi dalle Olimpiadi, chiediamo a tutti coloro che possono di alzare la voce per aiutare la popolazione tibetana”.

Urgen Tenzin, direttore del Centro per i diritti umani e la democrazia in Tibet, conferma ad AsiaNews che la situazione nella regione “non è migliorata per nulla: continuano arresti arbitrari, perlustrazioni, rieducazioni politiche. La situazione è molto tesa, in special modo dentro i monasteri”.

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