Dopo i diktat del governo, le acciaierie cinesi iniziano a chiudere

Baosteel, colosso del settore, taglierà nei prossimi due anni la capacità produttiva di più di 9 milioni di tonnellate. Possibile una fusione con la Wuhan Iron&Steel, per “ristrutturare” il settore. Pechino vuole tagli drastici all’industria pesante e a quella legata al carbone, per rilanciare nuovi settori e limitare le perdite nell’export.

Pechino (AsiaNews) – Dopo i diktat del governo centrale cinese la Baosteel, una delle aziende considerate giganti siderurgici del Paese, ha comunicato che nel giro di due anni chiuderà in modo definitivo 9,2 milioni di tonnellate di capacità. La stessa Baosteel aveva annunciato a fine giugno di aver avviato insieme a Wuhan Iron & Steel (Wisco) una “ristrutturazione strategica”, piano che molti osservatori interpretano come l’anticamera di una fusione tra i due gruppi.

Le esportazioni record di Pechino, spesso sotto costo, sono il frutto di una crisi forse irreversibile, che dipende non solo dal rallentamento dell’economia locale - che ha indebolito i consumi - ma soprattutto dallo sviluppo abnorme dell’industria siderurgica.

Dopo anni di proclami ignorati, ora Pechino vuole intervenire sul serio nel settore. I piani di riduzione della capacità produttiva sono sempre più circostanziati, accompagnati da tempi di esecuzione precisi e dallo stanziamento di fondi per ricollocare il personale in esubero.

Venerdì 9 luglio la Sasac, la Commissione che amministra e supervisiona le società pubbliche, ha stabilito che i produttori statali di acciaio e carbone (tra cui Baosteel e Wisco) dovranno ridurre la capacità del 10% in due anni e del 15% entro il 2020. Con un altro provvedimento Pechino ha anche imposto, per motivi ambientali, il rallentamento della produzione nelle acciaierie di Tangshan, un grosso centro siderurgico nella provincia dell’Hebei.

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