I 'doni' del dragone cinese a Dusanbe

La bilancia degli scambi commerciali tra i due Paesi nell’ultimo anno è aumentata del 10%, superando il miliardo di dollari. I tagichi importano dalla Cina macchinari e attrezzature di ogni genere ed esportano materie prime. Nel Paese lavorano attualmente 580 compagnie a capitale cinese. Ma l'altra faccia della medaglia è il 60% del debito estero ormai nelle mani di Pechino.

di Stefano Caprio

Dušanbe (AsiaNews) - La Cina svolge ormai da diversi anni un ruolo decisivo per l’economia di tutta l’Asia centrale, con una politica di investimenti e crediti che legano sempre di più questi Paesi a Pechino, in maniera diversificata a seconda delle zone e dei singoli Stati. Se in quelli più progrediti gli interessi si rivolgono principalmente alla sfera delle tecnologie avanzate e della ricerca scientifica, in quelli in via di sviluppo il mercato è concentrato piuttosto sulle materie prime e le risorse naturali, che a una potenza sempre più in espansione come la Cina servono in misura sempre maggiore.

Un altro interesse specifico è quello della logistica, per sfruttare il potenziale dei corridoi di transito per il commercio estero e per premunirsi da possibili isolamenti da parte di concorrenti e avversari a livello internazionale. I Paesi dell’Asia centrale come il Tagikistan hanno da offrire molte risorse, ma il livello delle infrastrutture logistiche e industriali è decisamente limitato, ed è vitale per essi l’attrazione di capitali stranieri. E quelli cinesi sono assai più facili da ottenere, rispetto a quelli occidentali.

La Cina non pretende che i propri investimenti siano accompagnati da condizioni come le riforme democratiche o cambiamenti della politica dei Paesi in cui interviene. I cinesi costruiscono ferrovie, autostrade e porti, fabbriche e complessi abitativi, scuole e accessi alle risorse idriche, tanto problematiche in questa regione, sempre per il perseguimento primario dei propri interessi, e non certo per altruismo.

Le imprese cinesi fanno tutto da sole, portando la propria tecnica, i propri operai e i propri ingegneri, e uno dei Paesi dove trovano più facilità di realizzazione è certamente il Tagikistan. La bilancia degli scambi commerciali tra Pechino e Dušanbe nell’ultimo anno è aumentata del 10%, superando il miliardo di dollari. I tagichi importano dalla Cina macchinari e attrezzature di ogni genere, materiali edilizi, articoli di largo consumo come vestiti, mobili e oggetti per la vita quotidiana, ed esporta per lo più materie prime come metalli rari e preziosi, cotone, tessuti vari e frutta secca.

Secondo i dati del vice-ministro per lo sviluppo economico di Dušanbe, Farkhodom Vosidijonom, gli investimenti cinesi in Tagikistan tra il 2007 e il 2023 hanno raggiunto i 3,34 miliardi di dollari, e nel Paese lavorano attualmente 580 compagnie a capitale cinese, che si occupano di settori come la comunicazione, l’edilizia e i servizi finanziari, le ricerche geologiche e in altura, il montaggio di attrezzature tecnologiche e molto altro. Sono tante anche le joint-venture sino-tagiche per l’estrazione di risorse minerarie come ferro, rame, antimonio, oro e argento, come la compagnia Zerafšan, di cui i cinesi detengono il 75% delle azioni, o la Pakrut, di cui i cinesi possiedono dal 2014 l’intero pacchetto azionario.

Nel campo dei materiali edilizi, in Tagikistan è molto importante la ditta cinese di produzione di cemento Čungtsai Mokhir Tsement insieme ad altre, che producono l’85% di tutto il cemento del Paese, di cui una parte consistente è destinata all’esportazione. Con un investimento di 300 milioni di dollari è stata riaperta la strada tra Dušanbe e Čanak, e anche altre tratte che collegano la capitale con tante zone in tutte le latitudini del Paese, con l’apertura di grandi gallerie, permettendo di collegare i sistemi di energia elettrica della parte centrale del Tagikistan con alcune zone periferiche.

Il 60% del debito estero di Dušanbe, oltre i 2 miliardi di dollari, è proprio nei confronti della Cina, e questo segnerà il destino del Paese ancora per molti anni. Pechino non ha bisogno di occupare i Paesi dell’Asia centrale come il Tagikistan, perché di fatto ne è già il padrone.

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