I microchip di Taiwan e la partita con Trump sui dazi

Il governo di Taipei si è affrettato a smentire che nell'accordo commerciale che sta trattando con Washington per la revoca delle tariffe ci sia la crescita al 50% della produzione negli Usa dei microprocessori per il mercato americano. Ma dall'opposizione il Kuomintang e il Taiwan People’s Party attaccano: "Vogliono svuotarci". In gioco anche gli investimenti della TMSC per i nuovi chip da 1,4 nanometri.

Milano (AsiaNews/Agenzie) – “Taiwan non ha mai preso alcun impegno con gli Stati Uniti per una ripartizione 50-50 nella produzione di chip e non accetterà tali condizioni”, ha dichiarato ieri la vicepremier Cheng Li-chiun, di ritorno da un quinto ciclo di negoziati tariffari in presenza con gli Stati Uniti. Un’affermazione in risposta esplicita a quanto dichiarato il 28 settembre in un’intervista a NewsNation dal segretario al Commercio dell’amministrazione Trump, Howard Lutnick, che indicava l’obiettivo della Casa Bianca di arrivare a una produzione sul territorio americano della metà dei chip utilizzati negli Stati Uniti.

La questione ha a che fare con un nodo centrale per Taipei che con la sua TMSC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) è il maggior produttore al mondo di semiconduttori, un settore sempre più strategico delle catene di approvvigionamento globali per la domanda in crescita di microchip sempre più piccoli e più performanti richiesta dalle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale. E la volontà di Washington di far crescere la produzione negli Stati Uniti dei dispositivi che la TMSC vende a giganti come Apple e Nvidia non nasce con l’amministrazione Trump: si tratta di una preoccupazione bipartisan della politica americana. In forza di questo la TMSC sta già da tempo realizzando un suo polo in Arizona in un campus a nord di Phoenix. Un progetto che una volta completato vedrà sei diversi stabilimenti produrre microchip per una quota che era stata stimata intorno al 30% del mercato degli Stati Uniti.

Ora però l’amministrazione Trump punta ad alzare ulteriormente quella percentuale e sta gettando la questione sul piatto delle trattative sui dazi. Nonostante infatti le considerazioni geopolitiche, nemmeno Taipei è stata risparmiata dalle politiche protezionistiche di Washington: dal 7 agosto sono in vigore anche per Taiwan tariffe al 20%. E l’obiettivo degli incontri tra le delegazioni dei due governi è proprio quello di disinnescare questo problema arrivando a stipulare un accordo commerciale. Ma ben consapevole di quanto l’asse con gli Stati Uniti sia fondamentale per il presidente Lai Ching-te, il segretario al Commercio Lutnick con le sue dichiarazioni gioca ad alzare il prezzo di questa intesa.

Taipei però non può cedere su un tema come i microchip. E non a caso sta diventando anche una questione di politica interna, con i partiti dell’opposizione a Lai (che controllano però il parlamento) fortemente critici nei confronti dell’andamento del negoziato. Hsu Yu-chen, un parlamentare del Kuomintang, il partito oggi più vicino a Pechino, ha dichiarato che la proposta degli Stati Uniti “non rappresenta un accordo commerciale, ma sfruttamento e saccheggio”. “Nessuno può minare lo scudo di silicio di Taiwan” ha rincarato la dose il leader del partito Eric Chu. Ma anche il presidente del Taiwan People’s Party Huang Kuo-chang ha definito la proposta come “un tentativo di svuotare le fondamenta del settore tecnologico taiwanese”.

In gioco ci sono anche i nuovi investimenti a Taiwan: la TSMC intende iniziare la costruzione di quattro nuovi impianti nel Central Taiwan Science Park entro la fine di quest'anno. L'azienda punta a iniziare la produzione di wafer a semiconduttore da 2 nanometri entro la fine del 2028; ma le nuove strutture, denominate Fab 25, includeranno quattro impianti destinati alla produzione degli ancora più avveniristici wafer da 1,4 nanometri.

 

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