In nome dello sviluppo, Pechino deporta nelle città i nomadi tibetani

Lo denuncia Human Rights Watch (Hrw), organismo internazionale che monitora il rispetto dei diritti umani nel mondo. La Cina si difende citando lo sviluppo dell’ovest, mentre il Dalai Lama sottolinea la totale distruzione della regione.

Lhasa (AsiaNews) – Le autorità cinesi costringono i capi delle tribù nomadi del Tibet a spostarsi nelle città per “ripulire” i terreni e destinarli allo sviluppo industriale; in questo modo, li sradicano dai loro territori ancestrali e li costringono alla povertà. Lo denuncia Human Rights Watch (Hrw), organismo internazionale che monitora il rispetto dei diritti umani nel mondo.

 

Secondo Hrw, i capi tribù vengono obbligati a macellare interi greggi di yak, pecore e capre per poi spostarsi nelle aree urbane: in cambio, le autorità di Pechino pagano risarcimenti minimi per la distruzione dell’economia locale. Sarebbero centinaia di migliaia le persone colpite da questa politica.

 

Secondo un deportato, “i cinesi distruggono le nostre comunità, non ci permettono di vivere nelle aree di nostra competenza e annientano il nostro stile di vita”. Secondo Pechino, la manovra – che colpisce anche le province confinanti del Sichuan, Gansu e Qinghai – fa parte di un tentativo di sviluppare l’ovest del Paese, povero ed arretrato.

 

Le manovre del regime comunista sono state denunciate anche dal Dalai Lama che, nel corso di una visita ufficiale in Australia, avvenuta la scorsa settimana, ha dichiarato: “La Cina ha quasi completato l’opera di distruzione del Tibet”.

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