La questione tibetana “si può risolvere solo se il Dalai Lama è vivo”

Il “primo diplomatico” del governo tibetano in esilio, Lodi Gyaltsen Gyari, spiega che solo la presenza fisica del leader buddista garantisce la stabilità nella regione e chiede a Pechino di accettare una maggiore autonomia per l’etnia.

Dharamsala (AsiaNews/Agenzie) – La questione tibetana “deve essere risolta mentre il Dalai Lama è ancora in vita”, altrimenti “ si corre il rischio di potenziale instabilità della regione intera”. L’avvertimento è stato pronunciato da Lodi Gyaltsen Gyari, “primo diplomatico” del leader buddista in esilio, nel corso di un discorso negli Stati Uniti.

Gyari ha sottolineato “il grande sforzo che il Dalai Lama ha sempre portato avanti per ottenere da Pechino non l’indipendenza, ma una reale autonomia dalla Cina. In cambio, chiede un nuovo confine che comprenda nel Tibet tutti gli appartenenti alla nostra etnia”.

Parlando al Brookings Institution di Washington, egli ha spiegato che “Pechino ha più volte ridisegnato i confini delle province cinesi per i suoi scopi e lo può fare di nuovo adesso: lo scopo è quello di mantenere la stabilità nella provincia ed assicurare l’integrità delle caratteristiche tibetane”.

Secondo i dati del governo in esilio a Dharamsala, circa la metà dell’etnia tibetana vive in quella che oggi è definita Regione autonoma del Tibet: la restante percentuale si trova dispersa fra Gansu, Qinghai, Sichuan e Yunnan, province considerate “parte del Tibet storico e culturale”.

Gyari spiega che “lottare per la riunificazione di queste persone non significa che vogliamo creare un ‘Più grande Tibet’, ma è solo la manifestazione del desiderio di riportare i tibetani insieme”.

In conclusione, ha ricordato che “ogni finestra aperta al dialogo fra Tibet e Cina potrebbe chiudersi con la morte del Dalai Lama. Senza di lui, non vi è alcun modo di garantire che il popolo non dimostrerà apertamente il suo risentimento e la sua rabbia”.

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