Nel Guangdong si vogliono introdurre aumenti “programmati” dei salari

Si teme che l’inflazione impoverisca le famiglie a basso reddito. Ma le fabbriche lamentano che già hanno costi alti. Intanto diminuiscono le esportazioni, ma aumentano gli investimenti esteri diretti. Esperti: c’è alto rischio di manovre speculative.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Aumenti “programmati” dei salari nelle fabbriche del Guangdong, per combattere l’elevata inflazione e la carenza di mano d’opera. Intanto diminuiscono le esportazioni e si teme che il forte aumento di investimenti esteri celi manovre speculative.

Il Dipartimento del lavoro e della sicurezza sociale sta studiando un aumento di tutti i salari degli operai del Guangdong del 14% entro il 2012. Previsto anche un meccanismo di adeguamento del salario minimo all’inflazione. L’obiettivo è aiutare le famiglie a basso reddito, a fronte di un’inflazione superiore all’8%, ma incontra accese critiche delle imprese, che si dicono già in difficoltà per gli aumenti di materie prime, carburante e immobiliari e che i salari sono già parecchio cresciuti (+9,4% per i salari nel Guangdong nel solo 2006). Il timore è che molte fabbriche possano chiudere e spostare la produzione in regioni dove le paghe sono inferiori.

La paura è alimentata anche dalla costante diminuzione delle esportazioni, con il surplus commerciale che a giugno è stato di “soli” 21,35  miliardi di dollari, circa il 20% in meno rispetto a un anno fa (26,9 miliardi). Prosegue pure la crescita dello yuan, che l’11 luglio è arrivato al valore record di 6,8331 yuan per dollaro (+6,9% nel 2008).

Ma il mercato continua ad essere surriscaldato, specie per l’aumento degli investimenti esteri diretti, cresciuti del 45,6% nei primi 6 mesi del 2008, pari a +52,4 miliardi. Si teme, peraltro, che questi investimenti celino molte manovre puramente speculative, attirate dall’elevato tasso di interesse bancario e dall’aumento di valore dello yuan. Con il rischio di massicce fughe di capitali qualora non si raggiungano i risultati previsti. E soprattutto con il rischio che la Cina diventi – dice l’economista Stephen Green – “un sorta di buco nero per la liquidità del mondo”, attirando capitali in modo sempre maggiore.

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