Parlamento Ue: No all’accordo sugli investimenti con Pechino senza libertà a Hong Kong

Condannata la repressione del movimento democratico nell’ex colonia britannica. Chieste sanzioni mirate contro i funzionari responsabili del giro di vite. L’Unione doveva usare i negoziati per preservare l’autonomia della città. Difendere i diritti umani anche nello Xinjiang e in Tibet.

di Emanuele Scimia

Bruxelles (AsiaNews/Agenzie) – Il Parlamento dell’Unione europea ha votato ieri una risoluzione in cui condanna la repressione del movimento democratico a Hong Kong compiuta dalle autorità locali e da quelle del governo centrale. I parlamentari europei hanno precisato che la situazione dei diritti umani nell’ex colonia britannica sarà tenuta in considerazione quando a fine anno saranno chiamati a ratificare il grande accordo bilaterale sugli investimenti tra l’Unione e Pechino.

Il 30 dicembre, dopo più di sette anni di negoziati,  le due parti hanno trovato un’intesa di principio per finalizzare il patto. La Ue sostiene che esso servirà a riequilibrare i rapporti economici con il gigante asiatico, accusato di  trarre vantaggio da pratiche commerciali scorrette, come le sovvenzioni alle imprese di Stato e il dumping sociale. Da anni gli europei chiedevano reciprocità di trattamento per i propri investitori. Mentre le imprese cinesi possono operare quasi liberamente in Europa, quelle europee in Cina sono obbligate a creare joint-venture con realtà locali e a trasferire loro segreti tecnologici e industriali.

I deputati Ue hanno chiesto l’adozione di sanzioni mirate nei confronti dei funzionari di Hong Kong e Pechino responsabili del giro di vite sui manifestanti pro-democrazia. Essi hanno sottolineato che la firma dell’intesa con la Cina ha fatto perdere all’Europa la sua credibilità come paladina dei diritti umani.

L’accusa nei confronti della Commissione europea e della Germania (primo sponsor dell’accordo) è di non aver usato i negoziati come strumento di pressione per preservare l’alto grado di autonomia di Hong Kong e i diritti e le libertà fondamentali dei suoi cittadini. Lo stesso discorso vale per le gravi violazioni dei diritti umani nelle province cinesi dello Xinjiang e del Tibet.

Le rivelazioni di stampa sull’esistenza di campi di lavoro nello Xinjiang, dove centinaia di migliaia di musulmani uiguri e kazaki sarebbero impiegati con la forza per la raccolta del cotone, sembravano aver pregiudicato la conclusione del patto. Ue e Cina si sono accordate su una formula che prevede l’impegno del governo cinese ad applicare in modo effettivo le convenzioni dell’Ilo (Organizzazione mondiale del lavoro) che ha già sottoscritto, e a “lavorare alla ratifica” di tutte le altre, soprattutto quella sul contrasto al lavoro forzato.

La Commissione Ue si difende dalla accuse sostenendo che l’accordo con Pechino deve essere ancora ratificato: la sua piena attuazione non è prevista prima di due anni, durante i quali l’Unione verificherà gli impegni assunti dalla controparte cinese.

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