Pechino si lamenta con i media stranieri: "Ci dipingete male"

A un Forum di incontro fra la stampa cinese e quella francese le autorità comuniste attaccano la "mentalità da Guerra fredda" dei reporter internazionali. Ma non parla della censura, della repressione dei media e delle violenze operate contro chi cerca di incontrare le voci libere e in dissenso con il Partito comunista.

Pechino (AsiaNews) - La colpa della cattiva immagine della Cina sul palcoscenico mondiale non è collegata alla repressione dei diritti umani, della libertà religiosa, dello stato di diritto o alla corruzione dilaganti nel regime comunista: il problema sono i giornalisti stranieri. Questa, almeno, è la tesi del ministro Wang Chen, che nel Consiglio di Stato si occupa della sezione dedicata alla stampa.

Il ministro ha partecipato a un Forum che si è svolto a Pechino fra i rappresentanti del dipartimento per l'editoria cinese e i giornalisti francesi. Nel suo intervento, Wang ha detto che la Cina "non è contraria agli articoli critici. Quello che non accettiamo è il doppio standard operato dai giornalisti, che ha i connotati della Guerra fredda".

Cui Hongjjan, dell'Istituto cinese per gli Studi internazionali, ha aggiunto che "per i media francesi, la Cina è divenuta una nazione autocratica con una forte crescita economica. Nient'altro". Mentre Wang Fan, vice direttore del settore internazionale del Quotidiano del Popolo, ha auspicato che i media "diano maggiori informazioni positive ai propri lettori".

La Cina opera una censura capillare sulla diffusione delle informazioni sul proprio territorio nazionale. Sono rarissimi i casi in cui qualche giornale riesce a criticare il governo, e questi finiscono sempre con licenziamenti e a volte denunce penali. Sui media stranieri, Pechino tenta di operare il maggior controllo possibile: proprio al Forum di Pechino, la stampa francese si è lamentata per l'impossibilità di raggiungere il Tibet e lavorare in quella provincia.

Gli agenti di sicurezza nazionale hanno il compito di impedire il normale svolgimento del lavoro dei cronisti internazionali, e a volte - proprio in Tibet - sono arrivati a usare la forza. Lo stesso si può dire per tutti gli argomenti sensibili del Paese: è molto difficile parlare con vescovi e sacerdoti cattolici, lama buddisti non allineati al governo, pastori protestanti non ufficiali. Impossibile, poi, comunicare con i dissidenti sotto processo o in carcere.

Rispondendo alle critiche delle autorità cinesi, il direttore del quotidiano francese Le Monde Erik Izraelewicz ha chiarito che un giornalista "non deve giudicare se una notizia sia positiva o negativa. Deve giudicare soltanto se esiste o no una notizia". 

 

 

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