Quando p. Lazzarotto a Pechino benedì chi aveva tenuto viva la fede

Si sono svolti oggi i funerali del missionario del Pime pioniere del dialogo con la Chiesa in Cina dopo la persecuzione di Mao. Dall'ultimo suo libro il racconto di uno dei suoi primi viaggi nella capitale cinese e l'accoglienza in una casa dove vivevano alcuni anziani che erano stati costretti a lasciare la vita religiosa: "Avevano capito che ero un sacerdote, mi chiesero di benedire delle immagini sacre: li salutai commosso".

di p. Angelo Lazzarotto

Milano (AsiaNews) – Si sono svolti oggi a Rancio di Lecco, nella mattina del Giovedì Santo, i funerali di p. Angelo Lazzarotto, sacerdote missionario del Pime scomparso il 15 aprile all’età di 99 anni, che ha svolto il suo lungo ministero dedicandosi con passione alla frontiera del dialogo con il mondo cinese. Le sue spoglie sono state tumulate presso il cimitero di missionari del Pime a Villa Grugana a Merate (Lc).

I riti di oggi sono stati anche l’occasione per dare lettura dei tanti omaggi alla sua figura giunti in queste ore al Pime. Il card. Piero Parolin, segretario di Stato vaticano, ha scritto di essere sicuro che p. Lazzarotto “da presso Dio, intercederà per tutti coloro che, sulle sue orme, cercano di consolidare i rapporti di conoscenza e di amicizia con la Cina”. In un messaggio il card. Luis Antonio Tagle, pro-prefetto del dicastero per l’Evangelizzazione, ricordando il servizio svolto da questo missionario del Pime come rettore del Pontificio Collegio Urbano dal 1985 al 1990, ne ricorda l’”impronta indelebile” lasciata nella formazione di numerosi seminaristi provenienti da Paesi di prima evangelizzazione, a cui ha trasmesso “non solo solide conoscenze teologiche, ma anche lo spirito missionario che ha sempre animato il suo ministero”. Mons. Claudio Giuliodori - assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica di Milano che è stato anche vescovo di Macerata, la diocesi dove nacque il grande gesuita Matteo Ricci - ha definito p. Lazzarotto “un vero gigante del dialogo, innamorato della Cina; da lui ho ricevuto e imparato davvero molto”.

P. Lazzarotto ha lasciato tanti scritti sulla Cina: testimonianze, analisi e riflessioni, molti dei quali pubblicati anche attraverso la nostra agenzia. Nel dargli l’ultimo saluto vogliamo ricordarlo con una pagina tratta dal suo ultimo libro pubblicato nel 2019, intitolato “Un forte impegno per il Vangelo in Cina”. Molto significativamente, quelle parole non erano attribuite a sé, ma a un suo grande amico, il senatore italiano Vittorino Colombo, grazie al quale lui stesso alla fine degli anni Settanta, con le prime aperture di Den Xiaoping, aveva potuto compiere i suoi primi viaggi nella Repubblica popolare cinese appena uscita dall’incubo della Rivoluzione culturale.

Il libro di p. Lazzarotto racconta la profonda dedizione cristiana che accompagnava Colombo in quel suo tentativo di riaprire i canali politici e culturali di comunicazione con la Cina. Ma in molte pagine affiorano anche i ricordi personali degli incontri di p. Lazzarotto in Cina, durante missioni ufficiali di istituzioni italiane a cui il missionario era stato ammesso a partecipare con la qualifica di “esperto di problemi religiosi”. Un esempio è questo racconto riferito a un viaggio compiuto a Pechino nel 1981 durante il quale - dopo un colloquio con l’allora vescovo patriottico Michele Fu Tieshan - il missionario si ritrovò in una casa dove, dopo tanti anni di persecuzioni, alcuni cattolici costretti dal Partito ad abbandonare la vita religiosa poterono da lui ricevere nuovamente la benedizione di un sacerdote.

La domenica 13 dicembre 1981, dopo la Messa delle ore 9.30 alla Nan-Tang (la chiesa del Sud a Pechino ndr), Vittorino Colombo con il nostro gruppo incontrò il nuovo vescovo Michele Fu Tieshan. Mons. Fu ricordò che san Paolo difese il diritto dei non giudei a rifiutare la circoncisione: negli ultimi quattro secoli di diffusione del Cristianesimo in Cina non era stata sempre rispettata la cultura cinese e confuciana; "oggi - aggiunse - noi vogliamo adeguarci alle nostre condizioni storiche e culturali". Colombo chiese se questo non comportasse anche cambiare i principi del Cristianesimo, e Fu rispose che nessuno voleva cambiare la tradizione apostolica; la Chiesa di Cina come quella di Roma derivava dai dodici apostoli.

"Ma tra gli apostoli ce n’era uno - aggiunse Colombo - che era il primo fra loro; si trattava di Pietro, che non era romano ma asiatico; e anche noi oggi, romani e italiani, ci inchiniamo a lui, chiunque sia". Fu ricordò che c’era dibattito oggi su questo punto: non ha importanza la scelta della persona, ma occorre vedere la politica che segue; gli apostoli usavano discutere assieme, era una direzione collettiva. "I nostri rapporti con Roma si ruppero nel 1958, quando abbiamo domandato al Vaticano di poter scegliere i nostri vescovi, e la richiesta ci fu negata". Io aggiunsi che in quel primo congresso del 1958 si distingueva comunque tra la posizione politica del Vaticano e quella religiosa, cioè se ne riconosceva la priorità circa la dottrina. Si accennò anche a Taiwan; alla domanda di Colombo: "E se la Santa Sede rompesse (le relazioni diplomatiche ndr)?", il vescovo rimase in silenzio.

Mons. Fu ci disse poi con soddisfazione che a Pechino una decina di giovani si preparavano al sacerdozio; e ribadì che la Chiesa cinese da molti anni aveva rapporti amichevoli con altre Chiese; egli era stato recentemente a Montréal per un convegno ecclesiale, e vi aveva incontrato vari sacerdoti e fedeli. "Per i rapporti con il Vaticano - aggiunse - «vogliamo vedere i fatti". Pur nella diversità di posizioni, la conclusione dell’incontro fu amichevole. Uscendo, notai sulla lavagna l’annuncio che erano stati eletti due nuovi vescovi, per Xi’an e Taiyuan.

Al pomeriggio, io ritornai a piedi nella zona della Dong-Tang, e nel piazzale davanti alla chiesa ritrovai, come previsto, un ometto che mi aveva salutato in francese il giorno prima. Egli, senza dar nell’occhio, mi venne accanto camminando per un po’ in silenzio e poi mi chiese se accettavo di visitare la sua casa, che essendo fuori dal centro, disse, è poco controllata. Prendemmo un paio di mezzi pubblici e giungemmo vicino ad uno scalo ferroviario; essendo egli impiegato nelle ferrovie, aveva un appartemento al terzo piano di un edificio riservato a loro.

Lungo il percorso mi parlò di sé; disse che il suo nome era Giacomo; apparteneva ad una famiglia di martiri che viveva la fede da tre secoli; egli aveva studiato con i Lazzaristi completando la teologia ed emettendo i voti nel 1957. Costretto poi a lasciare, passò parecchi anni in un campo di lavoro; più tardi riuscì ad ottenere la dispensa e si sposò; aveva due figli, una ragazza adolescente che studiava fuori città e un bambino sui dieci anni. Quando arrivammo in casa, notai che, oltre alla moglie e al bambino, c’era un’altra donnetta anziana dallo sguardo limpido.

Appena entrammo, anche se io non avevo dichiarato la mia identità, Giacomo disse: "È un sacerdote!", e si inginocchiarono tutti per una benedizione. Mi chiesero se venissi da Roma e se avessi visto il Papa; la moglie sapeva che egli era stato ferito, ma che ora stava meglio. La vecchietta si presentò come Aloysia, una suora della Congregazione dello Spirito Santo (collegata con i Verbiti), che aveva passato parecchi anni in un campo di lavoro con la moglie di Giacomo; parlava un po’ francese e tedesco. Essa mi confidò che aveva preparato una lettera per la sua Congregazione, e l’aveva posta in una busta fatta da lei stessa con carta da pacco; era molto contenta quando le assicurai che potevo portarla io stesso ad Hong Kong.

La moglie di Giacomo, che era infermiera nella clinica locale, riempì d’acqua una bottiglia e mi chiese di benedirla; poi mi fecero aspergere l’appartamento e le immagini sacre. Giacomo propose di mandare un saluto al Papa e scrisse lui stesso alcune righe in latino, sotto cui tutti posero la firma. Li salutai commosso, lasciando delle corone del rosario con qualche medaglia e un libretto che avevo con me.

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