Radio Free Asia ha ripreso le trasmissioni in mandarino, tibetano e uiguro

A lungo spina nel fianco di Pechino, aveva interrotto le trasmissioni a ottobre dopo i tagli decisi dall’amministrazione Trump. L’annuncio sui social dell’ad Bay Fang, che elogia il “lavoro fondamentale” svolto da Rfa. Fra i primi servizi lo sfruttamento del lavoro minorile dei figli dei detenuti nello Xinjiang.

di Dario Salvi

Pechino (AsiaNews) - Dopo mesi di silenzio per i tagli all’editoria imposti dal presidente Usa Donald Trump, che avevano spento una delle voci più autorevoli nella denuncia di abusi e violazioni ai diritti umani di Pechino, in questi giorni Radio Free Asia (Rfa) ha ripristinato le trasmissioni in Cina. Tornando così fruibili cronache e programmi in mandarino, tibetano e uiguro assenti da ottobre, dando nuovo corso ad un organo di informazione essenziale in un panorama informativo caratterizzato da tagli e censure.

Il 18 febbraio scorso la presidentessa e amministratrice delegata Bay Fang ha annunciato su LinkedIn che i servizi sono stati ripristinati, a dispetto del blocco dei fondi governativi disposto dalla Casa Bianca lo scorso anno. “Questo lavoro fondamentale, che siamo riusciti a riprendere grazie a contratti privati con servizi di trasmissione, sta già facendo scalpore” ha affermato Fang.

“Il servizio uiguro di Rfa - prosegue - ha mandato in onda nel fine settimana un servizio su come i figli dei detenuti nello Xinjiang siano costretti a svolgere lavori manuali in giovane età invece di andare a scuola”. Il lavoro negli anni dell’emittente si è rivelato fondamentale nel denunciare abusi e violazioni di Pechino contro la minoranza musulmana nello Xinjiang, fra cui la notizia dei campi di internamento che hanno scoperchiato un quadro sistematico di abusi e violazioni a dispetto delle smentite cinesi.

Fang ha aggiunto che i servizi coreano e birmano hanno ripreso le trasmissioni lo scorso dicembre. “Gli incredibili giornalisti e tecnici di Rfa, così come i nostri team legali e delle risorse umane, hanno reso possibile tutto questo. Non potrei essere più orgogliosa - conclude - di tutti coloro che hanno contribuito a questo sforzo per rimetterci in piedi in un momento critico per il presente e il futuro della nostra organizzazione”.

Un portavoce dell’ambasciata cinese a Washington ha rifiutato di commentare quella che ha definito una questione di “politica interna” statunitense, pur accusando l’organo di informazione di nutrire un pregiudizio anti-cinese. “Radio Free Asia diffonde - ha affermato il portavoce dell'ambasciata cinese Liu Pengyu - da tempo falsità e diffama la Cina, e ha una pessima reputazione quando si tratta di riportare notizie relative alla Cina”. “Ci auguriamo - avverte - che un maggior numero di media statunitensi possa fornire resoconti oggettivi e imparziali sulla Cina e sulle relazioni sino-americane”. I media di Stato di Pechino avevano elogiato i tagli dello scorso anno.

Da tempo una spina nel fianco di Pechino in tema di diritti e libertà, Radio Free Asia ha interrotto tutta la produzione di notizie a ottobre dopo la cessazione dei finanziamenti da Washington. A quel punto, aveva già licenziato o messo in cassa integrazione oltre il 90% del personale. Trump ha congelato quasi tutti i finanziamenti statali per i media indipendenti, uno dei primi e controversi passi intrapresi presi a inizio 2025 dalla nuova amministrazione ed emblematici del corso impresso dal Tycoon in tema di diritti e libertà di informazione. I servizi in cantonese hanno cessato le attività lo scorso luglio dopo 27 anni e, ad oggi, non risultano tra i servizi che hanno ripreso le trasmissioni.

Rfa e le sue emittenti sorelle, tra cui Voice of America (Voa), sono state finanziate per anni con fondi approvati dal Congresso degli Stati Uniti e supervisionati dall’Agenzia statunitense per i media globali (Usagm). Nel 2025, Kari Lake, ex conduttrice televisiva nominata dal presidente Donald Trump amministratrice delegata ad interim Usagm, aveva sospeso i fondi, denunciando sprechi di denaro pubblico e pregiudizi contro il neo inquilino della Casa Bianca. La mossa, che portò a licenziamenti di massa, fu criticata da molti come una perdita di vantaggio competitivo a favore della Cina e di altri avversari degli Stati Uniti.

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