Rebiya Kadeer denuncia la "deportazione" delle donne uighuri

L'attivista esule dice che le giovani sono costrette ad andare in fabbriche lontane da casa, dove lavorano tutto il giorno e sono pagate con mesi di ritardo. “Trasferite” già oltre 240mila donne. La Kadeer chiede al Congresso Usa di monitorare la situazione e intervenire presso Pechino.

Washington (AsiaNews/Agenzie) – Il governo cinese costringe le giovani donne uighuri a lasciare lo Xinjiang e ad andare a lavorare in fabbriche lontane. Rebiya Kadeer, esiliata negli Stati Uniti dal 2005 dopo essere stata oltre 5 anni in carcere per la sua difesa dei diritti degli uighuri cinesi, chiede aiuto alla Commissione per i diritti umani del Congresso Usa per monitorare questi trasferimenti e intervenire presso Pechino per fermare questa deportazione.

 

La Kadeer spiega che sono già state trasferite oltre 240mila donne, in genere tra 16 e 25 anni e non sposate, provenienti dallo Xinjiang meridionale dove l’etnia uighuri è ancora in maggioranza rispetto agli Han, cinesi. Pechino da anni favorisce l’emigrazione Han nella regione, assicurando loro posti di potere e vantaggi economici.

 

Portate lontane da casa, le giovani sono sfruttate come “mano d’opera a buon mercato e potenziali lavoratrici sessuali”, debbono lavorare 12 ore al giorno e spesso sono pagate con mesi di ritardo. Il governo “non sopporta alcuna opposizione” a questa politica, che la popolazione uighuri vive come “una delle maggiori umiliazioni” inferte dalle autorità cinesi. C’è il sospetto – prosegue la donna – che si voglia così far loro sposare cinesi Han.

 

La Kadeer è ammirata per la sua lotta per i diritti degli uighuri ed è stata candidata al premio Nobel 2007 per la pace, ma in Cina è considerata una criminale e ci sono continue persecuzioni contro le sue proprietà e i suoi figli rimasti nel Paese, più volte accusati di reati e arrestati.

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