Pechino (AsiaNews) – A Wuhan, epicentro dell’epidemia di coronavirus, si festeggia con i fuochi d’artificio il ritorno ufficiale alla normalità. Due giorni fa le autorità hanno cominciato a smontare i posti di blocco che hanno isolato la città di 11 milioni di abitanti per quasi due mesi. Le cifre della Commissione nazionale per la salute dicono che a Wuhan non vi sono nuovi casi di infezione da quattro giorni e che la ormai quasi totalità dei casi sono “importati”, ossia di cinesi che provengono dall’estero.
Tre giorni fa è stato scoperto un caso “locale” nel Guangdong, ma oggi la Commissione annuncia che 39 nuove infezioni nella giornata di ieri sono tutte di cinesi rientrati da Europa, Stati Uniti e altri Paesi che combattono con il coronavirus.
A Hong Kong si registrano 44 nuovi casi, a Macao tre, a Taiwan 16, tutte “di ritorno”. In totale, in Cina vi sono 81.600 infetti e il bilancio delle morti è di 3276.
Intanto fa molto discutere un articolo pubblicato sul Global Times (magazine del Partito comunista cinese) in cui si suggerisce che l’epidemia potrebbe avere come origine l’Italia e non la Cina, come pensa il resto del mondo e molti cinesi. Il giornale cita un’intervista di Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto farmacologico Mario Negli ad alcuni media statunitensi, in cui egli dice che in novembre e dicembre scorsi in Italia i dottori di sono trovati davanti a una “strana polmonite, molto seria, specie fra persone anziane”. Remuzzi conclude che il coronavirus “si è diffuso almeno nel Nord Italia, in Lombardia… prima che sapessimo dell’epidemia in Cina”.
Ma il titolo del giornale suggerisce che “l’epidemia si è diffusa [in Italia] prima che in Cina”.
Secondo molti esperti, la Cina sta combattendo in tutti i modi su due fronti. Da una parte essa continua a mostrarsi “vittima” e non “responsabile” dell’epidemia, con accuse pesanti contro gli Stati Uniti che avrebbero introdotto a Wuhan il virus lo scorso ottobre. La sottile accusa verso l’Italia “epicentro” del virus sarebbe sulla stessa linea.
Il secondo fronte è quello economico: la Cina sta facendo di tutto per mostrare che ormai l’epidemia è debellata e che tutti possono tornare a lavorare. A causa della chiusura di fabbriche e negozi, la produzione e i consumi sono al minimo; in più, a causa dell’epidemia in Europa e negli Usa l’export ha ricevuto un forte contraccolpo. Le piccole e medie imprese sono le più colpite; quasi il 50% della grande distribuzione e il 60% dei ristoranti sono in grave difficoltà.
Per spingere alla “normalità”, in diverse province si riaprono luoghi pubblici, trasporti, uffici, cinema e palestre. Le autorità di almeno 12 province hanno assicurato che le scuole verranno riaperte a fine marzo o agli inizi di aprile. Ma molti non si fidano delle statistiche e delle assicurazioni delle autorità e rimangono ancora isolato a casa.










