Seoul (AsiaNews) – I prigionieri politici in Corea del Nord “sono circa 200mila, divisi in sei campi di concentramento diversi”. Lo denuncia il nuovo rapporto della Commissione coreana per i diritti umani, pubblicato ieri nella capitale sudcoreana. Secondo un rappresentante della Commissione, “abbiamo compiuto un lungo lavoro di indagini per questo rapporto. Nei sei campi, escluse alcune aree di quello di Yodok, i prigionieri politici sono tenuti in catene”.
Per quanto riguarda la situazione dei diritti umani nel Paese, uno degli ultimi regimi stalinisti al mondo, la Commissione non ha dubbi: “Si commette praticamente ogni tipo di abuso, fra cui senza dubbio il più grave è la condanna a morte in segreto e senza processo dei dissidenti. Il governo sudcoreano dovrebbe persuadere quello del Nord a risolvere questi problemi tramite la cooperazione con le organizzazioni, domestiche e straniere, che si occupano di diritti umani”.
Una fonte di AsiaNews nella penisola coreana sottolinea: “La situazione è ancora più grave se si pensa che non esistono dati, ufficiali o ufficiosi, su queste incarcerazioni. Il regime di Kim Jong-il porta avanti una legge secondo cui, se sei un ladro, tuo figlio e tuo nipote saranno ladri. Con questa folle teoria iscritta nel codice penale, le carceri e i campi di concentramento si riempiono molto presto”.
Va poi considerato che, secondo il governo di Pyongyang, “ogni attività religiosa, escluso il culto del leader, è un atto di sottomissione all’imperialismo straniero. Per questo, i credenti di ogni fede sono fra i più colpiti dalla repressione statale. Infine non aiuta la crisi economica durissima che colpisce il Paese: la gente che non mangia da giorni è più pronta a commettere un reato”.
Il rapporto della Commissione è il primo condotto da un ente statale sudcoreano. Per ottenere i dati, i funzionari di Seoul hanno intervistato 17 esuli dal Nord che sono stati incarcerati nei campi ed altri 322 che sono passati nel corso dell’anno dalla Corea del Sud. Tuttavia, i risultati presentati sono stati anche oggetto di critica. Seo Bo-hyuk, professore presso il Centro per gli studi sulla pace dell’Università di Ewha, dice: “I risultati sui diritti umani si ottengono soltanto con la cooperazione fra le due Coree. Chiedere e basta non servirà a nulla, specialmente in questa situazione politica”.










