Seoul, immigrate filippine schiave del sesso per stranieri e soldati Usa

Le donne entrano con un permesso di lavoro nel campo dell’arte e dello spettacolo, ma vengono assunte come cameriere nei locali. Devono servire fra i 200 e i 500 drink al mese; se non raggiungono la quota, si prostituiscono. Attivisti per i diritti umani chiedono l’intervento del governo.

di Theresa Kim Hwa-young

Seoul (AsiaNews) – In Corea del Sud cresce l’allarme per i casi di prostituzione di immigrate filippine, entrate con permessi di lavoro nel settore “dell’Arte e dello Spettacolo”. Attivisti e organizzazioni non governative denunciano “casi evidenti di traffico di vite umane”. Le schiave del sesso vivono sotto la minaccia di aguzzini senza scrupoli, che le offrono a uomini d’affari stranieri e soldati statunitensi di stanza nel Paese.

 

L’ultimo caso ha per protagonista “Lorelei” – il nome è di fantasia – 28enne filippina intrappolata nel “B”, una sorta di casa per appuntamenti per stranieri a Okpo, quartiere di Geoje, cittadina della provincia meridionale di South Gyeongsang. La donna è riuscita a liberarsi dopo aver guidato un’amica di nome Jenny – anch’essa in passato costretta prostituirsi – nelle vicinanze dell’edificio; grazie a una serie di sms e all’intervento della polizia, la giovane ha potuto fuggire.

 

Entrambe erano immigrate in Corea del Sud lo scorso 6 marzo, grazie a un permesso di lavoro nel campo delle arti e dello spettacolo. La coppia di amiche avrebbe dovuto esibirsi in locali della città, ma in breve hanno iniziato a servire alcolici e prostituirsi per i clienti. I proprietari, infatti, impongono un tetto variabile da 200 a 500 drink al mese che le giovani devono servire agli avventori. Se non raggiungono la quota prefissata, vengono sfruttate come schiave del sesso.

 

Fonti locali spiegano ad AsiaNews che i soldati americani si riferiscono alle giovani filippine come “ragazze succose” o “ragazze da bere”. Il numero di immigrate cresce ogni anno, superando nel 2008 quota 2 mila; la maggior parte di loro finisce nel racket della prostituzione.

 

Kim Hee-jin, direttore di Amnesty International per la Corea del Sud, invoca “misure urgenti” del governo per sradicare il mercato del sesso.

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