Gli ostaggi giapponesi e i valori asiatici

Gli ostaggi giapponesi e i valori asiatici

di Pino Cazzaniga

Seoul (AsiaNews) - "Tre vostri figli sono caduti nelle nostre mani.Vi offriamo due scelte: o ritirate le vostre forze o li bruceremo vivi. Avete tre giorni a disposizione da quando verrà trasmessa questa video-registrazione." Il laconico messaggio, indirizzato al Giappone, è stato messo in onda dalla rete televisiva araba Al-Jazeera l'8 aprile. La fotografia, che corredava il messaggio, non lasciava alcun dubbio sull'identità dei tre rapiti: Nahoko Tarato (32), volontaria impegnata in un gruppo NGO, Soichiro Koriyama (32), fotoreporter libero professionista, e Noriaki Imai (18), giornalista freelance. Incontratisi ad Amman, avevano deciso di recarsi a Bagdad, proprio quando erano in corso violenti combattimenti tra truppe di occupazione americane e guerrieri locali nella zona di Fallujah. La brutta avventura, fortunatamente, non si è trasformata in una tragedia. Dieci giorni dopo i tre giovani giapponesi scendevano dall'aereo sani e salvi all'aeroporto internazionale di Tokyo. Sani e salvi ma non sorridenti. La signorina Takato camminava con la testa bassa e i due giovani non hanno aperto bocca. Da quando avevano lasciato la città di Dubai, sono stati costantemente "scortati" da agenti del ministero degli esteri giapponese che hanno impedito ai giornalisti di intervistarli. Tutti e tre, in brevi dichiarazioni scritte, hanno espresso il loro dispiacere per avere procurato tanto disturbo a molte persone. Ma c'è di più. Ancora prima della liberazione la madre della Takato ha pubblicamente chiesto scusa alla nazione e al governo per i problemi che la figlia aveva creato. Se i tre sfortunati fossero stati occidentali sarebbero stati accolti calorosamente al ritorno nei rispettivi paesi. Evidentemente ci troviamo di fronte a diversa sensibilità culturale. È soprattutto per questo che ne scriviamo.

 

Reazione dura e impegno responsabile del primo ministro Koizumi

Appena avuta la notizia del rapimento i parenti dei rapiti e alcuni rappresentanti di gruppi NGO si sono precipitati a Tokyo chiedendo di poter avere un colloquio con il primo ministro Junichiro Koizumi e supplicarlo di ritirare le truppe giapponesi di stanza in Irak per lavori di ricostruzione del paese. Il premier non solo non li ha ricevuti ma, a quanto pare, all'inizio ha bloccato loro l'accesso agli uffici ministeriali. Ai giornalisti che gli hanno chiesto se aveva l'intenzione di ritirare le truppe, ha risposto seccamente: "No, non le ritirerò. Non dobbiamo cedere alla sporca minaccia dei terroristi".  Tre giorni dopo la signora Yoriko Kawaguchi, ministro degli esteri, incontrando i parenti ha espresso la sua simpatia assicurando che il governo stava impegnandosi a fondo per la liberazione degli ostaggi. Non erano parole di circostanza. Koizumi avuta la conferma del rapimento ha immediatamente inviato ad Amman il vice primo ministro degli esteri Ichiro Aizawa con un gruppo di agenti specializzati nelle ricerche antiterrorismo. Sono stati loro che hanno sciolto la matassa. Interrogati due tassisti che, per caso, avevano vista la scena della cattura, si sono convinti che il gruppo dei rapitori non erano estremisti islamici ma militanti sunniti locali ostili a ogni presenza straniera. L'intervento dell'autorità religiosa con, aggiungiamo noi, l'apporto concreto del governo di Tokyo, avrebbe avuto particolare efficacia. E cosí è stato. A liberazione avvenuta l'ambasciatore giapponese in Irak ha particolarmente ringraziato l'associazione del clero islamico per l'aiuto prestato.

 

Al limite dell'ostracismo sociale.

Dire che i tre sfortunati giovani giapponesi hanno incontrato poca simpatia in patria sarebbe un eufemismo. In realtà sono stati oggetto di una valanga di critiche. Ufficiali governativi, cittadini e i media li hanno tacciati di incosciente temerarietà. Membri della coalizione governativa hanno perfino chiesto al governo di imporre forti restrizioni per viaggi all'estero in zone pericolose. Il primo ministro in un messaggio radiofonico ha di nuovo severamente messo in guardia i cittadini dal viaggiare in Irak. Ma ha anche aggiunto: "La Costituzione garantisce ai giapponesi di scegliere il luogo di residenza e riconosce loro il diritto di recarsi in nazioni straniere Il governo non può bandire l'entrata in Irak o dare l'ordine di evacuare da questa nazione. Tutto quello che può fare è dare consigli". Quando i tre erano ancora prigionieri molti cittadini hanno espresso ai parenti il loro biasimo con telefonate e internet. Quando lo Shukan Shincho e lo Shukan Bunshun, i due settimanali piú diffusi, hanno scritto articoli di critica sul comportamento temerario dei tre ostaggi, le copie dei due periodici si sono esaurite in poche ore. Come si spiega tale atteggiamento che puo' sembrare disumana insensibilità?  La spiegazione la si puo' trovare nel DNA della cultura orientale che è differente da quello della cultura occidentale. È questa l'opinione del professor Tom Plate, fondatore dell'Asia Pacific Media Network. Ne riassumiamo il pensiero. Probabilmente i valori asiatici non hanno la stessa vitalità che avevano una volta ma ogni tanto riemergono con forza tanto da destare grande meraviglia. Questo è avvenuto nella vicenda degli ostaggi giapponesi in Irak. In occidente prevale la cultura dell'individualismo e dell'intraprendenza. In oriente, invece, è apprezzato il valore dell'autorità e della gerarchia. . Il padre, figura dell'autorità, per il semplice fatto che è il padre, conosce quello che è meglio fare. E allora quando il padre è il governo e il governo consiglia fortemente di non andare in Irak, se uno ci va è in colpa perchè non solo mette a repentaglio la propria incolumità ma anche lede i diritti della società.

 

 

 

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