Sadako Ogata: il volto luminoso del Giappone

Per 10 anni è stata responsabile del'agenzia Onu per i rifugiati. Ha anche ricevuto elogi da Giovanni Paolo II.

di Pino Cazzaniga

Tokyo (AsiaNews) - Le chiassose dimostrazioni anti-nipponiche tenute in Cina nel mese di aprile hanno diffuso in tutto il mondo l'immagine di un Giappone dal volto deforme e imbrattato.

Nello stesso mese la giapponese Sadako Ogata -78 anni - è stata invitata dal Royal Institute of International Affairs di Londra per presentare il suo ultimo libro "Un decennio tumultuoso: di fronte alle crisi dei rifugiati degli anni '90".

"Il libro - scrive Hugh Cortazzi, ex-ambasciatore inglese a Tokyo e saggista del The Japan Times - dovrebbe essere letto da tutti i politici e gli ufficiali impegnati nei problemi della pace internazionale".

"E' la relazione lancinante – continua - di una serie di disastri che mostrano quanto l'umanità sia ancora capace di crudeltà nonostante le tragedie e i massacri di due guerre mondiali".

L'anziana professoressa, dedita alla nobiltà dei sentimenti e all'impegno a favore dei rifugiati, presenta un Giappone dal volto limpido e luminoso.

Nata nel 1927 a Tokyo da una famiglia di diplomatici, ha trascorso i suoi primi anni in Cina ma poi, rientrata in Giappone, ha avuto la fortuna di poter compiere gli studi medi e superiori nella prestigiosa scuola cattolica Seishin (Sacro Cuore), dove ha studiato anche l'attuale imperatrice, piu' giovane di lei di qualche anno.

Durante la guerra la giovane Sadako non riusciva a capire la riservatezza dei genitori nella corale esaltazione patriottica nazionale. Gli occhi le si sono aperti dopo la resa del Giappone. Da allora ha impegnato tutte le sue energie intellettuali e morali per capire le cause delle guerre nel contesto delle relazioni internazionali. Ottenuti gradi accademici prestigiosi in Giappone e negli Stati Uniti si è dedicata all'insegnamento in 2 università cristiane della capitale: la Sofia – università cattolica - e la International Christian University (Icu) – ateneo protestante.

Nel 1982 il governo di Tokyo l'ha nominata rappresentante del Giappone nella Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Ma l'attività che l'ha resa famosa nel mondo è iniziata quando per gli altri inizia l'età del pensionamento: nel dicembre del 1990 l'assemblea generale dell'Onu le ha affidato l'incarico di Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr). Il difficile impegno doveva inizialmente durare per 3 soli anni: è invece durato 10, perché la donna è stata rieletta per ben 2 volte.

È stato il periodo piú difficile che la Commissione Onu per i Rifugiati ha dovuto affrontare dal 1950, anno in cui venne istituita. Il problema dei rifugiati si è presentato in dimensione nuova: più che a rifugiati ci si è trovati di fronte a decine di milioni di "dislocati" in seno a una stessa nazione a causa di conflitti etnici e religiosi. Nel suo libro la Ogata focalizza l'attenzione su 4 crisi internazionali del decennio 1991-2001: quella dei curdi dopo la guerra del Golfo in Iraq; i Balcani; i rifugiati dei Grandi Laghi nell'Africa Centrale e quelli dell'Afghanistan.

La Ogata non ha diretto le operazioni di soccorso seduta alla scrivania del quartiere generale a Ginevra. Vestita con abiti dimessi è andata di persona ovunque c'era un gruppo di rifugiati o dislocati da incoraggiare e capire.

E' stata chiamata "Angelo dei rifugiati", e gruppi religiosi, missionari, Ong e organizzazioni governative hanno trovato in lei un elemento catalizzatore. Grazie alla sua attività milioni di rifugiati o dislocati sono ritornati ai loro paesi e alle loro case.

Nella sua azione umanitaria ha usato molto anche l'intelligenza per diagnosticare le cause politiche, culturali e sociali della tragedia dei nuovi rifugiati. E parecchi governi l'hanno ascoltata e le hanno chiesto di presiedere conferenze internazionali sul tema della sicurezza.

Nel 2000 -  in occasione del 50mo anniversario della costituzione dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati - la Ogata ha inviato una lettera al Santo Padre.

Giovanni Paolo II nella chiusura della lettera di risposta, rivolgendosi direttamente a lei, ha scritto: "La sua presenza e la sua attività hanno lasciato un segno indelebile nell'ultimo decennio della storia dell'Acnur… Lei ha svolto il suo alto compito con discrezione e sensibilità verso le condizioni politiche, filosofiche e religiose delle molte persone e dei numerosi Stati con i quali ha trattato. Al contempo il suo devoto impegno personale nelle grandi cause umanitarie dell'Acnur è stato inseparabile dalla sua testimonianza del fatto che la promozione del bene della persona umana e della società è intimamente legata al vivere della nostra fede in Gesù Cristo".

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